Mite e senza pietà, nel nome del potere ecclesiastico.

Ieri sera ha lasciato questa terra il cardinale Camillo Ruini, uno dei principi della Chiesa cattolica, e possiamo dire che in questo ruolo ci stava comodamente e senza imbarazzo.

Portava il nome di un altro Camillo, Camillo Benso di Cavour: entrambi uomini di costruzione politica. Sì, perché questo era Ruini. Non erano uomini da piazza, non erano tribuni, non erano mistici. Preferisco definirli registi di sistema.Sono andati però in direzioni opposte: Cavour lavorò per portare lo Stato italiano fuori dalla tutela ecclesiastica. Ruini lavorò per evitare che lo Stato italiano diventasse culturalmente indifferente alla Chiesa.

Ruini, il mite che non ammetteva errori, l’ho conosciuto ai tempi delle battaglie sui diritti civili. Con la sua fermezza negò il funerale a Piergiorgio Welby, “per il quale però aveva molto pregato”.Mi ricordava un altro grande principe della Chiesa, il cardinale Agostino Casaroli, che rappresentava il potere della mediazione ai tempi del comunismo e della sopravvivenza del mondo cattolico, mentre Camillo Ruini è stato il potere dell’indirizzo: un vero e proprio politico, il braccio silente del magistero di Wojtyła.

Il suo tempo era quello di una Democrazia Cristiana seppellita dopo anni di governo e di controllo sulla società civile. È lì che nasce il “ruinismo politico”: una rete di pressione culturale, ecclesiale e soprattutto mediatica e parlamentare, secondo cui la Chiesa non doveva tornare partito, ma non doveva neppure ritirarsi nella sacrestia. Strategicamente capisce che l’unità politica dei cattolici è finita, ma non accetta che finisca anche l’influenza culturale dei cattolici.

Per molti anni, molti politici di destra e di centrodestra andarono a bussare alla sua porta per ottenere lasciapassare a iniziative legislative, oppure sentirono squillare il telefono e ricevettero precise indicazioni sui limiti da non oltrepassare. Ruini portò la Chiesa a interferire in modo pesante con la vita politica italiana, e per interferenza intendo un potere religioso che prova a condizionare l’agenda legislativa dello Stato. Lo fece sui temi bioetici, sulla famiglia, sulla scuola, sulla fecondazione assistita, sull’eutanasia, sulla questione antropologica.

C’ero e posso dirlo: nella sua agenda la parola progresso, sul tema dei diritti civili, sull’emancipazione femminile e su altro, era invisibile.

Il suo potere politico era così evidente che, per paradosso, vinse molte battaglie di posizione, ma non fermò la secolarizzazione italiana. La sua Chiesa parlava forte ai partiti, ai giornali, ai governi. Però, nel frattempo, diminuivano la pratica religiosa, le vocazioni, l’appartenenza cattolica reale e l’influenza educativa delle parrocchie. Sintesi: massimo peso politico, progressiva perdita di presa spirituale.

Ruini diceva di difendere principi, ma nella pratica quei principi trovarono casa soprattutto solo in una parte politica.

Oggi i conservatori lo celebrano, e a ragione: hanno perso una guida politica di spessore. Riposi in pace.

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