Rai: territorio e potere.

Nel cambiare canale mi sono imbattuto nel breve programma di Bruno Vespa e sono arrivato alla conclusione che non si tratti di un incidente della Rai. Vespa è una sua struttura portante. Da giovane ero sempre indeciso tra lui e il Costanzo Show per concludere la serata.

Da quasi trent’anni Porta a Porta rappresenta uno dei luoghi simbolici nei quali la politica italiana va a legittimarsi, spiegarsi, giustificarsi, talvolta assolversi. Vespa è stato un professionista vero, un cronista di razza, un uomo capace di stare dentro il potere senza esserne mai formalmente parte.

Ecco, proprio qui però nasce il problema. Quando un volto resta troppo a lungo nello stesso spazio, quel volto non è più soltanto un conduttore ma diventa un territorio. E il territorio, si sa, viene difeso. Lo abbiamo visto nei recenti attacchi a Milo Infante, tant’è che sappiamo come è finita. Non sempre lo si difende con la forza esplicita. Spesso con la rete delle relazioni, con la consuetudine, con il peso della storia personale, con quella frase non detta che in Rai vale più di molti documenti: “è sempre stato così”.

Non voglio essere frainteso, il punto non è l’età. Il punto è il rapporto tra età, ruolo pubblico e capacità di lasciare spazio. A ottantadue anni Bruno Vespa è ancora lì, tra Porta a Porta e Cinque Minuti, come se il servizio pubblico non potesse immaginare una successione autorevole, preparata, credibile. È questa l’anomalia: non la presenza di un anziano, ma l’assenza di un ricambio.

La televisione italiana ha già conosciuto finali difficili. Anche Maurizio Costanzo, gigante assoluto del mezzo televisivo, negli ultimi anni appariva più come un monumento da rispettare che come una voce capace di innovare. Quando accade questo, la riconoscenza rischia di trasformarsi in imbarazzo. E l’imbarazzo, in televisione, è spietato. Vespa fatica a non biascicare le parole quando parla e non merita il dileggio ma fa porre a noi telespettatori una domanda: quanto potere può trattenere una persona sola dentro un’azienda pubblica? E quanto il servizio pubblico deve continuare a inchinarsi alla rendita dei suoi patriarchi?

Perché il potere televisivo, quando non accetta il limite, diventa una forma di autocongratulazione permanente. Non serve più solo a informare, ma a confermare se stesso. Flirta con i governi, dialoga con i partiti nelle masserie private, concede salotti e riceve protezione. Così il conduttore storico diventa istituzione privata dentro una istituzione pubblica.

Il problema non è Bruno Vespa. Il problema è una Rai che non sa congedare i propri simboli prima che diventino caricature di se stessi.

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