Tuttologi da cucina.

Se avete l’abitudine di recarvi in un ristorante negli ultimi tempi, avrete percepito anche voi quanto scrivo. In Italia non siamo diventati improvvisamente un Paese di chef. Sarebbe persino una buona notizia. Siamo diventati, piuttosto, un Paese di giudici gastronomici improvvisati.

La cucina è entrata nelle case come spettacolo, linguaggio, status, intrattenimento. Abbiamo imparato parole che fino a pochi anni fa appartenevano solo agli addetti ai lavori: materia prima, consistenza, acidità, impiattamento, cottura a bassa temperatura, croccantezza, bilanciamento. Tutto utile, per carità. La cultura del cibo è una cosa seria. Il problema nasce quando il vocabolario cresce più della competenza.

Così il cliente arriva al ristorante non più soltanto per mangiare, stare bene, condividere un’esperienza. Arriva per valutare. Fotografare., Postare. Confrontare. Correggere. Talvolta persino bocciare. Come se ogni piatto fosse una prova televisiva e ogni tavolo una piccola giuria di MasterChef.

I ristoratori lo raccontano sempre più spesso: osservazioni continue, piatti rimandati indietro, commenti tecnici non richiesti, atteggiamenti da esperti senza reale esperienza del mestiere. Perché una cosa è dire: “Questo piatto non incontra il mio gusto”. Altra cosa a mio parere è sentenziare: “Questo piatto è sbagliato”. La prima è libertà del cliente. La seconda è presunzione.

E poi c’è la sala. Il luogo più esposto, più fragile, più sottovalutato. Camerieri e personale di servizio sono diventati spesso il parafulmine dell’arroganza quotidiana. Si pretende attenzione immediata, perfezione continua, sorriso obbligato, disponibilità infinita. Ma si dimentica che dall’altra parte ci sono persone, non comparse di un format televisivo.

Il fenomeno più volgare resta quello che tecnicamente viene chiamato il no-show: prenotare e non presentarsi. Senza una telefonata, senza un messaggio, senza un minimo gesto di rispetto. Un tavolo lasciato vuoto non è una distrazione. È materia prima acquistata, personale organizzato, coperti persi, altri clienti rifiutati. È un danno economico e culturale.

È tutta colpa delle trasmissioni di cucina? No. Sarebbe troppo facile. La televisione ha acceso i riflettori. I social hanno dato a tutti un microfono. Le recensioni online hanno trasformato ogni cliente in un potenziale tribunale pubblico. L’aumento dei prezzi ha reso le persone più severe. Ma la maleducazione, quella, non nasce davanti a uno schermo. Esiste già. La cucina televisiva le ha solo dato un grembiule.

La cultura gastronomica dovrebbe insegnare rispetto: per chi cucina, per chi serve, per chi lavora quando noi ci sediamo a tavola. Invece, troppo spesso, ha prodotto una caricatura: il cliente che non sa cucinare, non ha mai gestito un servizio, non conosce i costi di un ristorante, ma giudica tutto con sicurezza assoluta.

Criticare un piatto è legittimo. Non disdire una prenotazione è incivile. Umiliare un cameriere è miserabile. Confondere il gusto personale con una sentenza tecnica è ridicolo.

Non siamo diventati tutti chef. Siamo diventati tutti recensori. E questa, francamente, non è sempre una buona notizia.

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