Chi sorride ideologicamente davanti alla questione sicurezza, intendo quella delle città e dei paesi, non quella nazionale che fortunatamente ancora non ci tocca da vicino, non ha il reale senso della misura. Chi scuote la testa, provi a parlare con le persone comuni. Si renderà conto del livello di preoccupazione raggiunto. Ragazze, donne, anziani, commercianti, ristoratori, ma anche ragazzi che rientrano di notte a casa dopo una birra in compagnia: tutti percepiscono una libertà sociale più fragile, più limitata, meno garantita.
Tra microcriminalità, furti, rapine, baby gang, gruppi violenti e fenomeni di degrado urbano, possiamo dire che oggi viviamo meno pienamente una libertà che dovrebbe spettarci di diritto. Credo che il tema della sicurezza, nel consenso elettorale in vista delle elezioni del 2027, avrà un peso forse persino superiore a quello della sanità e del caro vita. Sulla sicurezza, la soglia di sopportazione si sta abbassando rapidamente.
Questo articolo parla di paradossi. Il primo è il mio: persona da sempre progressista, liberale, cittadino del mondo, attento ai valori dell’inclusione e dell’integrazione, impegnato in missioni umanitarie a favore degli ultimi, mi ritrovo oggi a invocare azioni politiche ferme per ripristinare legalità, ordine e rispetto civile. Ma soprattutto rispetto umano: per chi vive, lavora, cammina e cresce dentro le nostre città.
Il secondo paradosso riguarda la certezza della pena e il sistema carcerario. Le carceri italiane sono al collasso. A fine maggio 2026 si contavano circa 64.700 detenuti a fronte di 51.000 posti regolamentari, con un tasso di affollamento intorno al 140%. Chi si occupa di problemi carcerari ricorda giustamente che il carcere deve punire, custodire e rieducare. Si denuncia che migliaia di posti siano occupati da persone che hanno commesso reati minori e che dovrebbero essere avviate a percorsi alternativi, più utili alla rieducazione che alla pura detenzione.
Ma fuori dalle carceri, nelle case, nei negozi, nelle strade e nei quartieri, molti cittadini chiedono più rigore. Chiedono certezza della pena. E la chiedono proprio a partire dalle cosiddette piccole malefatte, perché è da lì che nasce la percezione quotidiana dell’impunità.
Ho parlato con alcuni esponenti delle Forze dell’Ordine e li ho trovati preoccupati, demotivati. Quando arrestano qualcuno per reati medio-piccoli, spesso il magistrato di turno suggerisce di lasciarlo in libertà. Il risultato è un senso diffuso di impotenza: in chi deve garantire sicurezza e in chi dovrebbe sentirsi protetto dallo Stato.
C’è poi un’altra verità, scomoda ma impossibile da rimuovere. Nel massimo rispetto delle centinaia di migliaia di cittadini immigrati onesti, lavoratori e integrati, una parte rilevante della criminalità urbana visibile è legata a soggetti immigrati irregolari, marginali, senza reale inserimento sociale e spesso già noti alle autorità. Oggi bivaccano, rubano, spacciano, stuprano, minacciano e rapinano in strade e negozi sicuri che nessuno gli farà qualcosa.
La sopportazione del cittadino è al limite. Se ci fossero più carceri, più agenti di polizia penitenziaria, oggi in grave difficoltà di organico e dotazioni, più giudici realistici e meno ideologici a condannare, forse ci sentiremmo meno circondati e impotenti. E chi entra illegalmente nel Paese per vivere di espedienti o delinquere sarebbe meno propenso a farlo, sapendo che esistono conseguenze concrete. È ciò che avviene in molti Paesi europei e del mondo, dove l’irregolarità non è trasformata in una zona grigia permanente.
Il punto non è invocare vendetta. Il punto è ricostruire un principio semplice: una società aperta può restare tale solo se è anche una società ordinata. L’inclusione funziona quando incontra responsabilità. L’integrazione richiede diritti, ma anche doveri. La legalità non è un valore di destra o di sinistra: è la condizione minima della convivenza civile.
Qualunque partito prenderà alla leggera questo tema, non si chieda poi perché ha perso consenso.
La sicurezza non è propaganda quando nasce dalla paura reale delle persone. Diventa propaganda solo quando la politica la usa senza risolverla.

