Le amministrative chiuse parzialmente ieri, aspettando i ballottaggi, non confermano la narrazione più comoda per il campo largo. Dopo il referendum sulla giustizia, lo ricordo, perso dal governo con la vittoria del No al 53,2% e un’affluenza al 58,9%, qualcuno aveva immaginato un secondo terremoto capace di travolgere il centrodestra anche nei Comuni. Non è accaduto.
Il centrodestra non crolla. Anzi, tiene due bandiere pesanti: Venezia e Reggio Calabria. Venezia, soprattutto, era il test simbolico. Una città osservata, caricata di significato politico, dove molti aspettavano la conferma dell’onda progressista. Invece Simone Venturini vince al primo turno e consegna a Giorgia Meloni un risultato che pesa più di molte dichiarazioni serali. Il centrosinistra, però, non esce sconfitto. Vince dove riesce a presentarsi largo, ordinato, riconoscibile. A Venezia paga lo scotto di aver proposto un giovane vecchio, legato per anni alla solita classe dirigente che non vuole mollare. Tiene Prato e Mantova, conquista Pistoia e Avellino, mostra che il campo largo funziona quando smette di essere una formula da convegno e diventa una coalizione amministrativa vera.
A mio parere però, non basta ancora per parlare di sfondamento nazionale.Il dato nuovo, invece, sta altrove. Si chiama Roberto Vannacci. La sua discesa in campo non è più soltanto un fenomeno mediatico, un fastidio laterale per Matteo Salvini o una bandierina identitaria da talk show. In alcune realtà, come Vigevano, c’è stato un exploit del suo neo partito, mentre la lettura complessiva resta “in chiaroscuro”. Ma proprio questo chiaroscuro lo rende politicamente interessante: non è ancora forza di governo, ma può diventare forza di condizionamento.
Ed è qui che il centrodestra deve preoccuparsi. Non perché perda oggi, ma perché domani potrebbe vincere con un pezzo di coalizione meno controllabile. Vannacci può rubare voti alla Lega, disturbare Fratelli d’Italia sulla destra, radicalizzare il linguaggio e costringere tutta la coalizione a inseguirlo su un terreno più identitario che governativo. Dopo l’uscita dalla Lega e la nascita di Futuro Nazionale, il generale si candida a essere una variabile autonoma verso il 2027.
La morale politica è semplice. Il referendum ha ferito Meloni, ma non ha abbattuto il centrodestra. Le amministrative hanno rilanciato il campo largo, ma non gli hanno consegnato il Paese. Vannacci, invece, apre un problema diverso: non quanti voti prenderà, ma quanti equilibri sarà in grado di rompere.
E nelle elezioni del 2027, a volte, l’ago impazzito conta più dell’ago della bilancia.

