Il silenzio sull’Italia dell’elettrodomestico che arretra.

Oggi sono costretto a scrivere un pezzo forte, come si dice in gergo. L’attenzione nazionale gravita, giustamente, attorno alla vicenda giudiziaria di Garlasco. Molto meno interesse sembra invece suscitare il fatto che 1.700 persone rischino di perdere il lavoro. Parlo del piano di ristrutturazione annunciato dalla multinazionale svedese Electrolux, con chiusure e tagli produttivi in diversi siti italiani.

La motivazione aziendale ruota attorno a tre fattori: domanda europea debole, costi produttivi elevati e concorrenza asiatica a basso costo. Mi chiedo: un Paese come l’Italia può permettersi di perdere capacità produttiva in un settore storico come quello dell’elettrodomestico, dopo anni di crisi, incentivi, accordi e promesse di rilancio?

Conosco bene questo settore. Negli anni Duemila ho contribuito a dare vita al grande polo industriale europeo dell’elettrodomestico del Gruppo Indesit a Radomsko, in Polonia. Nel 2006, proprio a Radomsko, ricevetti anche il riconoscimento di “Uomo dell’anno”. Parlo dunque a ragion veduta. Per questo oggi guardo alla crisi dell’elettrodomestico italiano con uno sguardo doppio: quello di chi conosce il dolore dei territori che perdono fabbriche, ma anche quello di chi sa che l’internazionalizzazione, quando è governata, non è necessariamente un tradimento. Diventa tradimento quando perde visione, radici e responsabilità.

La Polonia non era più soltanto delocalizzazione: era una piattaforma produttiva europea. Tutto nasce nei primi anni Duemila, quando Indesit acquista Stinol in Russia e avvia la prima grande spinta verso Est: mercati emergenti, costo industriale più basso, vicinanza a nuovi consumatori. Il mondo industriale italiano, in generale, prende esempio e apre a una stagione di delocalizzazioni di massa, spesso sostenute da incentivi a pioggia. Il conto, pochi anni dopo, lo pagheranno soprattutto i lavoratori italiani.

Oggi anche la Polonia perde pezzi. Ci sono investimenti, ma ci sono anche esuberi. E ciò che resta dell’universo Indesit è ormai dentro Beko Europe, controllata dal gruppo turco Arçelik/Beko. L’accordo italiano dello scorso anno prevedeva 300 milioni di euro di investimenti, ma anche 1.284 esuberi, gestiti attraverso ammortizzatori sociali, uscite volontarie, scivoli pensionistici e incentivi. L’Italia non è completamente morta, ma è passata da cuore proprietario e strategico a piattaforma da salvare, ridimensionare e specializzare.

La storia di Indesit, come quella di Electrolux, è quasi un manuale della deindustrializzazione italiana. Prima fase: l’Italia costruisce. Seconda fase: l’azienda cresce e diventa multinazionale. Terza fase: la produzione si sposta verso Est. Quarta fase: la proprietà passa all’estero. Quinta fase: i siti italiani diventano dossier ministeriali. Il problema dell’elettrodomestico, oggi, non è più soltanto “Italia contro Polonia”. È Europa industriale contro pressione globale, soprattutto asiatica, in un settore dove margini, energia, componentistica, prezzo finale e volumi sono diventati spietati.

Non è vero che la notizia Electrolux sia assente. È vero, però, che non sta occupando lo spazio nazionale che meriterebbe. Electrolux non è Ilva, non è Fiat, non è Alitalia. È una multinazionale svedese con una storia italiana passata attraverso Zanussi. Per il pubblico generalista è meno immediata. Eppure il tema sarebbe potentissimo: un altro pezzo della manifattura bianca italiana che arretra. Ma bisogna saperlo raccontare. Non basta dire “1.700 esuberi”. Bisogna spiegare che cosa significhi perdere capacità produttiva nell’elettrodomestico dopo Zanussi, Indesit, Whirlpool, Beko.

Una parte del giornalismo italiano ha perso familiarità con la fabbrica. Racconta bene la finanza, le startup, i bonus, le guerre, la politica spettacolo. Racconta molto meno bene la deindustrializzazione silenziosa. Un presidio davanti ai cancelli, donne e uomini di cinquant’anni che rischiano di non ricollocarsi, l’indotto che trema: sono storie enormi. Eppure non sempre entrano nell’agenda emotiva nazionale.

“Esuberi”, “ottimizzazione”, “razionalizzazione”, “riduzione della capacità produttiva”: sono parole fredde. Servono a rendere amministrativo ciò che invece è sociale. Se diciamo 1.700 famiglie davanti a un futuro incerto, il lettore capisce. Se diciamo “processo di ottimizzazione di circa 1.700 posizioni”, la notizia sembra quasi un aggiustamento tecnico.

La vicenda Electrolux non sta esplodendo perché non è ancora stata trasformata in simbolo. E invece lo è. È il simbolo di tre cose: la fragilità dell’industria europea davanti alla concorrenza asiatica; la perdita progressiva dei grandi poli italiani dell’elettrodomestico; l’incapacità politica e mediatica di parlare di industria prima che la crisi diventi funerale.

Quanti altri pezzi della manifattura italiana devono cadere prima che il Paese torni a parlare seriamente di politica industriale?

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