“Eppur si muove.”

L’Unione Europea sta vivendo uno dei passaggi più delicati della sua storia recente. Negli ultimi mesi Bruxelles ha dovuto prendere atto di una realtà semplice e dura: non basta più essere un grande mercato regolato, non basta più dettare standard, non basta più immaginarsi come spazio di equilibrio in un mondo che corre verso il conflitto economico, militare e tecnologico.

L’Europa è entrata in una fase nuova. Deve decidere se restare una costruzione prevalentemente amministrativa e commerciale o diventare finalmente una potenza capace di difendere i propri interessi. È questa la mia opinione generata da anni di esperienza sul tema.

Il primo banco di prova resta però l’Ucraina. Il sostegno a Kiev non è più soltanto solidarietà politica verso un Paese aggredito. È diventato il perno di una nuova architettura di sicurezza europea. Aiuti militari, difesa aerea, munizioni, droni, sanzioni contro Mosca e garanzie future compongono ormai una strategia che va oltre l’emergenza. Anche la difesa europea, che per anni abbiamo considerato un tabù o una formula retorica, è tornata al centro. Con nuovi strumenti finanziari e programmi comuni, l’Unione sta concretamente provando a trasformare la sicurezza in politica industriale. Non solo eserciti,  ma filiere produttive, tecnologia, capacità manifatturiera e autonomia strategica.

Sul fronte economico il quadro però resta molto fragile. La crescita europea è debole, l’industria soffre, l’inflazione rimane esposta agli shock energetici e geopolitici, grazie a Trump. Le imprese chiedono meno burocrazia, più rapidità decisionale, costi energetici sostenibili e regole compatibili con la competizione globale. Credo che Bruxelles lo abbia capito: la stagione della sola “potenza regolatoria” non basta più. Ora serve tornare a essere potenza produttiva.

Anche la transizione verde sta cambiando linguaggio. Meno moralismo climatico, più politica industriale. Decarbonizzare sì, ma senza perdere fabbriche, lavoro e competenze. È questa la vera sfida del Clean Industrial Deal: tenere insieme ambiente, energia e manifattura. Ma le divisioni tra i 27 sono concrete.

Nel frattempo, il rapporto con gli Stati Uniti è meno scontato, quello con la Cina più prudente, quello con il Sud globale più strategico. Mercosur, India, Asia, materie prime e nuove rotte commerciali ci raccontano un’Europa che cerca alternative, perché il vecchio ordine globale non garantisce più stabilità. Il punto debole resta sempre lo stesso: la lentezza dei 27 Stati. Il punto forte, però, è che adesso l’Europa sembra aver capito che il mondo non aspetta i suoi tempi.

La mia domanda in chiusura è politica, prima ancora che economica: l’Unione Europea vuole continuare a gestire crisi o imparare a governarle?

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