Un derby inopportuno.

Il caso Chiara Poggi non divide l’Italia soltanto perché è tornato nelle cronache giudiziarie. La divide perché, da quasi vent’anni, non è mai uscito davvero dalla testa del Paese. Garlasco non è più soltanto il nome di un delitto. È diventato un luogo simbolico. Una casa, una scala, una ragazza uccisa a 26 anni, un fidanzato prima assolto e poi condannato in via definitiva, nuove ipotesi investigative, vecchi dubbi che riemergono, perizie, tracce, impronte, orari, versioni, sospetti. Tutto è stato sezionato, ripreso, rilanciato, contestato. E alla fine ogni dettaglio è diventato materiale da curva.

Perché è questo il punto: l’Italia non discute più il caso Poggi, lo tifa. Da una parte c’è chi considera la condanna di Alberto Stasi una verità definitiva e ritiene quasi offensivo continuare a rimetterla in discussione. Dall’altra c’è chi pensa che proprio la complessità del percorso processuale, con assoluzioni iniziali e una condanna arrivata dopo anni, lasci aperta una domanda impossibile da zittire: e se la giustizia avesse sbagliato?

In mezzo c’è Andrea Sempio, oggi al centro delle nuove attenzioni investigative, ma soprattutto c’è un meccanismo collettivo che conosciamo bene: quando una vicenda giudiziaria diventa racconto popolare, il pubblico smette di cercare la verità e comincia a cercare conferme.

Chi crede all’innocenza di Stasi vede solo gli elementi che sembrano scagionarlo. Chi è convinto della sua colpevolezza legge ogni dubbio come una forzatura mediatica. Chi guarda alla nuova pista cerca il colpo di scena. Chi difende la sentenza vede invece il rischio di un processo infinito celebrato fuori dalle aule. È il derby perfetto. Non ci sono più atti, ma bandiere. Non ci sono più indizi, ma munizioni. Non c’è più prudenza, ma appartenenza.

La televisione e i social fanno il resto ed è sotto i nostri occhi. Ogni particolare diventa “svolta”, ogni indiscrezione “bomba”, ogni ipotesi “verità nascosta”. E così la cronaca giudiziaria si trasforma in serie a puntate, con il pubblico nel ruolo di investigatore, giudice e tifoso. Ma in questa guerra di tesi c’è un rischio enorme: perdere di vista Chiara Poggi. Perché il caso porta il suo nome, ma spesso la sua figura scompare dietro Stasi, Sempio, le perizie, gli avvocati, le procure, le ricostruzioni. E invece il centro dovrebbe restare lei: una ragazza uccisa nella propria casa, in un mattino d’estate, dentro una normalità spezzata per sempre.

L’Italia si divide perché teme due cose opposte e terribili: che un innocente sia stato condannato, oppure che un colpevole sia rimasto fuori dalla verità giudiziaria.

Credo che Il dubbio sia legittimo. Il tifo no. Perché quando la giustizia diventa curva, la verità non si cerca più. Si difende solo la propria squadra.

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