Differenze di comunicazione politica.

Direte: “Hai scoperto l’acqua calda!”. Ma c’è un’ingenuità quasi eroica nel continuare a pretendere che la politica conservi un briciolo di rispetto per l’elettorato; per chi, insomma, decide ancora di recarsi alle urne e tracciare una croce su un simbolo. Eppure è un’aspettativa minima, legittima, che regolarmente si infrange non appena si accendono i riflettori dei talk show.

L’ultima dimostrazione plastica di questo scollamento è andata in scena nel salotto televisivo di Fabio Fazio. Una tavola dell’audience apparecchiata a dovere, inaugurata dalla presenza di un gigante della sinistra americana come il senatore Bernie Sanders che conosco personalmente, e proseguita con l’intervista alla segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein. Il contrasto tra i due momenti non poteva essere più stridente, offrendo una perfetta lezione su come la comunicazione politica possa essere autentica sostanza o, al contrario, pura accademia dell’evasione.

Di Sanders si possono legittimamente non condividere le ricette economiche, ritenendole impraticabili nel contesto statunitense, ma gli va riconosciuto il merito di una coerenza intellettuale e di un entusiasmo rimasti intatti nel tempo. Incalzato da Fazio, il senatore non si è sottratto: ha fornito risposte dirette, chiare, persino politicamente scomode a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato.

Tutt’altro spartito è stato suonato nella seconda parte della serata. Di fronte a domande che, contrariamente alla narrazione del presunto “giornalismo all’acqua di rose”, toccavano i nervi scoperti del dibattito nazionale (sicurezza, licenziamenti di massa, nucleare, investimenti sulla Difesa), la segretaria del PD ha scelto la via della prudenza tattica. Nessun “sì”, nessun “no”. Piuttosto, un ricorso sistematico a formule fumose, a quelle fin troppo collaudate “supercazzole” tese a non scontentare nessuno.

Ci si dimentica troppo spesso, in questo gioco delle parti, che da Palazzo Chigi, in un modo o nell’altro, negli ultimi vent’anni ci sono passati quasi tutti. Le grandi riforme strutturali, dalla scuola alla sanità, dai piani di sicurezza all’efficienza industriale, richiedono una dote che oggi scarseggia: il coraggio della lungimiranza. La verità è più cinica. Quando i margini di manovra economica sono ridotti al lumicino da un debito pubblico fuori controllo, la via più semplice è quella del rinvio. Si preferisce prorogare i problemi, lasciare il fardello a chi verrà dopo, per poi poterne denunciare l’immobilismo una volta tornati all’opposizione.

In questo modo, a mio parere, la politica abdica al suo ruolo primario, quello di essere un cantiere del fare, un luogo di lavoratori seri del bene pubblico, per ridursi a un ring retorico permanente. Una rissa continua che non produce soluzioni, ma alimenta solo la disaffezione.

Ed è esattamente in questo cortocircuito che noi cittadini ci ritroviamo, ancora una volta, a compiere l’esercizio democratico più triste: quello di votare turandoci il naso.

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