Il coraggio rubato

È solo una mia impressione o c’è qualcosa che in questo Paese si sta spegnendo. Non lentamente. Non in silenzio. Si sta spegnendo sotto i nostri occhi, tra una stazione evitata, un parco lasciato ai violenti, una lite degenerata, una scuola dove perfino il richiamo più semplice può trasformarsi in un problema. Si chiama coraggio civico. Ed è una perdita enorme.

Il caso del padre ucciso a Massa dopo essere intervenuto per richiamare alcuni ragazzi racconta molto più di una tragedia di cronaca. Racconta la solitudine crescente di chi prova ancora a distinguere il giusto dallo sbagliato. Racconta il rischio che corre chi decide di non girarsi dall’altra parte. Racconta, soprattutto, che oggi anche un gesto normale, persino banale, può diventare fatale. 

E allora lo dico con onestà: fa impressione sentire ripetere che i cittadini devono continuare a intervenire, che non devono voltarsi, che serve coraggio. È vero. Ma fino a un certo punto. Perché il coraggio è un valore e non può diventare una condanna. Non si può chiedere a un controllore di rischiare la vita per domandare un biglietto a un branco di bulli coi piedi sui sedili. Non si può pensare che sia normale lasciare il peso dell’ordine, della regola, della dignità pubblica sulle spalle di chi lavora da solo, della signora anziana educata, del padre di famiglia, dell’insegnante, del cittadino qualunque.

Troppo facile invocare il senso civico quando lo Stato arretra. Il nuovo decreto sicurezza sanziona, ma quello che serve è più forza pubblica, un controllo che faccia indietreggiare che ha la convinzione di aver conquistato per sempre il terreno dell’illegalità, della violenza.

La verità è che oggi molti hanno paura. E hanno paura perché vedono ragazzi e delinquenti muoversi armati di coltelli, pieni di arroganza, certi quasi sempre di poter alzare il livello dello scontro senza conseguenze immediate. È questa la frattura più grave. Non soltanto l’aumento della violenza, ma l’idea che la violenza abbia acquisito un vantaggio psicologico su tutto il resto. Sulle regole. Sull’educazione. Sulla presenza degli adulti. Persino sul buon senso.

Un Paese finisce male quando i cittadini onesti iniziano a pensare che comportarsi bene sia da ingenui, mentre farsi i fatti propri diventa l’unica forma di prudenza possibile.

Ed è qui che la politica dovrebbe smettere di usare slogan e cominciare a dare risposte. Perché la paura non si vince chiedendo più eroismo alle persone perbene. Si vince togliendo spazio, forza e impunità a chi sporca, minaccia, aggredisce, umilia e uccide. Il resto è retorica buona per i social e per le campagne elettorali.

Se il coraggio sparisce, non è perché gli italiani siano diventati peggiori. È perché qualcuno, con la violenza, glielo sta rubando ogni giorno. E uno Stato serio questo non deve commentarlo. Deve impedirlo.

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