C’è un momento in cui un rappresentante delle istituzioni dovrebbe fermarsi e porsi una domanda essenziale: sto ancora servendo i cittadini oppure sto difendendo soltanto la mia permanenza al potere?
È qui che si misura la qualità di una classe dirigente. Non nella retorica, non nei proclami, non nelle dichiarazioni di fedeltà alla Repubblica pronunciate davanti alle telecamere. Si misura nel rapporto con il limite. E il limite, in politica, dovrebbe essere chiaro: quando la propria vicenda personale, giudiziaria o morale diventa un peso per l’istituzione che si rappresenta, il passo indietro non è una resa. È una forma di rispetto.
In Italia, invece, lo scrivo come testimone, accade troppo spesso il contrario. L’attaccamento al potere assume i contorni di una resistenza ostinata, quasi fisica, come se lasciare una carica significasse ammettere una colpa, perdere un privilegio, uscire da una zona di protezione. Così la politica però, smette di essere servizio e diventa possesso. La funzione pubblica non viene più vissuta come mandato temporaneo conferito dagli elettori, ma come diritto da difendere fino all’ultimo.
Il caso di Daniela Santanchè, qui volevo arrivare, è stato, da questo punto di vista, esemplare e insieme vergognoso. Già rinviata a giudizio nel gennaio 2025 nel caso Visibilia per falso in bilancio, e coinvolta anche in altri filoni giudiziari, è uscita di scena solo il 25 marzo 2026, dopo la richiesta esplicita del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Non una scelta spontanea di responsabilità istituzionale, dunque, ma una resa tardiva sotto pressione politica. Ed è proprio questo il dato più grave: quando non ci si dimette per lealtà verso gli elettori e rispetto dell’incarico, ma solo perché arriva l’invito del capo, significa che il senso delle istituzioni è già stato sacrificato alla logica della sopravvivenza personale.
In Italia i politici con maggiore anzianità possono diventare più difficili da rimuovere non perché siano magicamente intoccabili, ma perché concentrano relazioni, informazioni, fedeltà e utilità politica. Più cresce il loro peso interno, più si indebolisce il criterio del merito. E così il sistema finisce per proteggere chi è funzionale agli equilibri, non chi è più degno del ruolo che ricopre. Avrei voluto parlare di ricatti interni ma oggi indosso modalità soft.
È questo il punto che dovrebbe inquietare ogni cittadino. Una democrazia si indebolisce quando la poltrona vale più del prestigio dell’istituzione. Quando il restare conta più del rappresentare. Quando la responsabilità arriva solo se imposta da qualcun altro.
La credibilità pubblica, invece, nasce anche dalla capacità di lasciare. In tempo. Con dignità. Perché chi rappresenta lo Stato non dovrebbe mai dimenticare che il mandato ricevuto non appartiene a lui, ma ai cittadini.

