È sempre NO.

Ha vinto il No. Il governo Meloni non cade, non si apre una crisi formale, non cambia la maggioranza in Parlamento. Ma fermarsi a questo sarebbe una lettura pigra, quasi burocratica e lo dico per esperienza. Perché il dato politico vero è un altro: anche stavolta l’Italia, messa davanti a una scelta di cambiamento, ha preferito non cambiare. Il No vince con il 53,7% e con una partecipazione di affluenza alta per un referendum confermativo.

La riforma sulla giustizia si ferma. Non entreranno in vigore la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, il doppio Consiglio superiore della magistratura, il nuovo assetto disciplinare immaginato dal governo. Questo è il primo effetto, il più immediato, il più tecnico. Ma per me non è il più interessante. Quello più interessante, e più amaro, è che il voto di oggi racconta qualcosa che va ben oltre la sconfitta di Meloni o il ridimensionamento di Nordio. Racconta un Paese che continua a invocare riforme e poi, al momento decisivo, si ritrae.

È una storia che conosciamo da tempo. Dal 1994, da quando la Lega iniziò a porre il tema delle riforme istituzionali come questione politica centrale, l’Italia discute quasi senza sosta di come cambiare se stessa: federalismo, assetto dello Stato, presidenzialismo, premierato, giustizia, equilibri tra poteri e legge elettorale. Poi però, quando il cambiamento esce dai convegni, dagli slogan, dai talk show e arriva davanti agli elettori, quasi sempre si blocca. Era successo nel 2016 con il referendum costituzionale voluto da Matteo Renzi, respinto con il 59,1% dei voti. È successo di nuovo oggi.

E allora forse bisognerebbe smetterla con l’ipocrisia nazionale secondo cui l’Italia sarebbe un Paese frenato solo dalle sue classi dirigenti. Non è solo questo. È anche un Paese che, troppo spesso, non vuole davvero correre il rischio del cambiamento, lo dico e lo scrivo da una vita. Lo chiede finché resta una parola astratta. Lo applaude finché è una promessa. Poi, quando diventa una scelta concreta, prevale l’istinto contrario: lasciare le cose come stanno. E il paradosso è sempre lo stesso: si difende l’esistente e il giorno dopo ci si lamenta dell’esistente.

Il problema, in fondo, non è soltanto la prudenza. È che in Italia continua a pesare più l’appartenenza politica della valutazione di merito. Non si giudica una riforma per quello che potrebbe produrre nel lungo periodo. Si giudica per chi la propone, per chi la firma, per quale campo la rivendica. Si vota contro una parte politica, contro un leader, contro una maggioranza. E così il bene generale viene regolarmente sacrificato alla convenienza del proprio schieramento. È un riflesso antico, quasi un automatismo: prima l’identità, poi il Paese.

Per questo il risultato di oggi a mio parere pesa più della sorte del governo. Certo, Meloni esce colpita, Nordio esce ridimensionato, la riforma-bandiera del centrodestra viene respinta. Ma la notizia più grande, se la si vuole vedere davvero, è un’altra: ha vinto ancora una volta l’Italia che non sceglie. L’Italia che preferisce la conservazione al rischio, l’equilibrio immobile alla responsabilità del cambiamento, la lamentela permanente alla decisione. Il governo resta in piedi. Ma resta in piedi anche il vizio più italiano di tutti: chiedere che tutto cambi, purché non cambi niente.

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