L’Italia ha un vizio antico: ogni tanto si racconta di essere pronta alla svolta radicale, allo strappo definitivo, alla rivoluzione politica e perfino morale. Si guarda allo specchio e si immagina Paese ribelle, impaziente, insofferente a ogni mediazione. Poi, quasi sempre, accade il contrario. Quando la scena si svuota dagli slogan, quando la protesta deve diventare governo, quando la rabbia deve misurarsi con la realtà, gli italiani tornano dove sono sempre tornati: verso la moderazione.
È successo nel dopoguerra e continua a succedere oggi. Al fondo della nostra storia repubblicana c’è una verità che molti fingono di non vedere: l’Italia è un Paese di moderati. Lo è per cultura, per stratificazione sociale, per abitudine alla complessità, perfino per il peso che hanno avuto il cattolicesimo e la presenza del Vaticano nel formare un’idea diffusa di equilibrio, prudenza, ricomposizione. Non è una virtù assoluta, sia chiaro. A volte è stata anche inerzia, paura, conservazione. Ma resta, a mia opinione, una cifra nazionale.
Per questo ogni estremismo, da noi, seduce più di quanto convinca davvero. All’inizio appare come liberazione. Ricordate lo slogan della rottamazione renziana? Viene salutato come rottura, riscatto, vendetta contro il sistema, schiaffo all’establishment, promessa di pulizia. Fa rumore, occupa le televisioni, incendia i social, si prende il linguaggio del cambiamento. Ma quasi mai riesce a trasformarsi in una proposta larga, stabile, credibile. Per una ragione molto semplice: l’estremismo eccita, la moderazione governa.
Vale a destra, dove il richiamo identitario e muscolare può raccogliere consenso, ma rischia poi di trasformarsi in una leva di pressione continua sugli equilibri di governo. Figure come Vannacci possono attrarre una parte di elettorato deluso e arrabbiato, ma il punto non è quanto rumore facciano. Il punto è se siano in grado di costruire una cultura di governo o se finiscano, più banalmente, per interpretare il vecchio ruolo del jolly, dell’alleato scomodo, del piccolo azionista pronto a dettare condizioni e a minacciare lo strappo.
Vale anche a sinistra, dove la radicalità ideologica spesso confonde l’attivismo con il governo. Protestare è facile. Governare no. Amministrare una società divisa, impaurita, disorientata, impone misura, gerarchia, realismo. Impone il contrario della propaganda assoluta.
E allora forse il punto politico più interessante di questo tempo è proprio qui: il centro non è morto. È vuoto. Ed è diverso. Non il centro trasformista, non il centro dei tatticismi, non il centro da salotto. Ma un centro come luogo del buon senso, del pragmatismo, della serietà democratica. In una stagione di populismi, forzature e pulsioni autoritarie, la moderazione potrebbe tornare a sembrare non il residuo del passato, ma l’unica forma adulta del futuro.
