Oggi scrivo ispirato da una notizia del Corriere della Sera: le multe a raffica agli «aspettoni» di Malpensa, gli automobilisti che aspettano i viaggiatori in divieto di sosta pur di non pagare il parcheggio interno dell’aeroporto. Non è folklore, è un segnale.
Vai a prendere un familiare o un collega che rientra da un viaggio: venti minuti di attesa, forse meno. Ti trovi davanti a un bivio surreale: pagare il parking interno oppure fermarti dove non dovresti, con le quattro frecce, sperando di non trovarti una contravvenzione sul parabrezza. Qualcuno lo ha liquidato come inciviltà. Ma non ridurrei la questione all’educazione degli automobilisti lo trovo comodo e insufficiente.
Da tempo, molte famiglie hanno una percezione chiarissima: qualsiasi cosa si faccia, si deve pagare. Si paga per parcheggiare, per sostare pochi minuti, per entrare in un’area di attesa, per un caffè al banco in aeroporto o in stazione. Ogni metro è monetizzato, ogni gesto quotidiano ha un costo. Quando una persona preferisce rischiare una multa pur di non lasciare cinque euro per venti minuti, il problema non è solo il Codice della strada: è un sistema che chiede denaro in modo continuo, senza misura e senza correttivi sociali.
E qui mi permetto, la questione diventa politica. Parliamo di chi opera in aree in concessione: gli autogrill sulle autostrade, i bar dentro le stazioni ferroviarie, gli esercizi commerciali in porti e aeroporti, le società che gestiscono i parcheggi internamente a stazioni e scali. Sono soggetti che godono di un vantaggio enorme: un flusso garantito di persone e pochissime alternative reali per il cittadino. È un privilegio, e non si tratta di un mercato davvero contendibile.
Al riguardo ho un’opinione molto chiara. Per me, se lavori in uno spazio pubblico in concessione, ad altissima affluenza, devi garantire per legge una quota di prodotti e servizi a prezzi calmierati. Un caffè, una bottiglietta d’acqua, un panino, un’ora di parcheggio per accompagnare o riprendere qualcuno non possono diventare l’ennesimo balzello su famiglie già oggettivamente in difficoltà.
Lo stesso vale per le strisce blu diffuse ovunque, nei grandi centri come nei piccoli paesi, trovare uno spazio gratuito è una caccia al tesoro poco gratificante e altamente stressante. A un certo punto le persone si difendono come possono, anche sbagliando.
Il punto però, cari amministratori locali o governanti di turno, non è perdonare chi viola le regole. Il punto è chiedere conto a chi, grazie a concessioni e posizioni privilegiate, fa cassa senza alcun vincolo sociale. La politica, se vuole parlare di equità, deve iniziare da qui: fissare limiti a chi guadagna molto in virtù di un privilegio pubblico e restituire un po’ di respiro a chi ogni giorno deve fare i conti fino all’ultimo euro.

