Altre guerre.

Non ci sono solo guerre fatte di missili e bombe. C’è una frase che mi rimane addosso ogni volta che la sento, detta magari a mezza voce dai bambini di amici, con quella rassegnazione che non vuole alimentare guerre: “Sembra di essere un pacco postale.”E il “pacco” è lui, il bambino. Con lo zaino, il pigiama, il caricatore dimenticato. E soprattutto con una domanda che non dice: “Io dove sto, davvero?”

Vent’anni fa la separazione era spesso un tabù. Oggi è più frequente, più visibile, perfino “normalizzata” con meno stigma. Ma non facciamoci illusioni: la normalità non cancella la fatica. La sposta.Oggi tanti figli vivono in due case, due regole, due climi emotivi. E il problema non è avere due case. Il problema è quando le due case diventano due tribunali, e il bambino si ritrova a fare l’usciere, il diplomatico, o peggio il giudice.

Lo dico senza giri di parole: un figlio non è un’arma.Non è un messaggero. Non è un alibi. Non è un trofeo. E non deve diventare il campo di battaglia per regolare conti con l’ex: “così impari”, “adesso capisci”, “vedrai che ti faccio vedere”. Quella non è giustizia. È vendetta travestita. E la vendetta, quasi sempre, passa sulla schiena di chi non ha firmato nulla.

Quando un bambino viene usato, impara tre cose velenose: che l’amore è condizionato (“se stai bene con lui, mi tradisci”),che la pace la deve garantire lui (diventa bravo, accomodante, “adulto”),che i sentimenti veri vanno nascosti per non far soffrire nessuno.

Poi arrivano le famiglie allargate. Nuovi compagni, nuove compagne. E al bambino si chiede spesso la performance: sorridi, adattati, fai buon viso. Ma l’affetto non si impone per decreto. Si costruisce. Con tempo, rispetto, confini: nessuno sostituisce nessuno.

E sai chi raccoglie per primo tutto questo? Gli insegnanti.La scuola è un sismografo: vede l’ansia che diventa irritabilità, la distrazione che diventa calo, il silenzio che diventa isolamento, l’aggressività che diventa richiesta d’aiuto. Spesso il bambino non parla a casa per non “tradire” nessuno. A scuola, invece, qualcosa esce: un tema, un comportamento, una frase detta a metà.

Allora la responsabilità adulta è qui: lasciare i figli fuori dalla guerra, quella di casa. Non farli portatori di messaggi. Non arruolare la scuola come testimone a favore. E, ogni tanto, fare una cosa semplice e difficilissima: ascoltare chi li vede ogni giorno senza appartenenze.

Perché alla fine serve una sola cosa: smettere di chiedere ai figli di portare il peso di relazioni sbagliate e di decisioni prese solo per tutelare il proprio interesse, a scapito di tutto e di tutti.

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