Una frase perfetta per i social: “Se sarò presidente, farò finire la guerra in 24 ore”. Donald Trump l’ha ripetuto più volte in campagna elettorale. È una promessa a effetto: semplice, totale, rassicurante. E proprio per questo pericolosa.
Perché la guerra tra Russia e Ucraina non era allora e oggi un rubinetto da chiudere. È un intreccio di interessi, paure, potenza militare, territori, alleanze e soprattutto morti innocenti. Ventiquattr’ore dopo il suo insediamento la guerra non era finita. E oggi, dopo oltre un anno, il conflitto è ancora lì: trattative, pressioni, annunci, ma i negoziati restano fragili e improduttivi.
Ma il marpione onnipotente, sceglie il trucco più vecchio: spostare la porta. La promessa non viene smentita, viene “reinterpretata”. C’era chi parlava di iperbole o sarcasmo. Ma la politica non è cabaret. Se una frase è abbastanza chiara per conquistare consenso, è abbastanza chiara anche per essere giudicata quando i fatti la smentiscono e chi fa giornalismo dovrebbe per dovere deontologico agire su di essa.
Qui non siamo nel campo dell’errore. Siamo nel campo della menzogna politica come tecnica: l’affermazione progettata per produrre un effetto emotivo, ridurre la complessità a una scorciatoia. In quel momento cruciale per l’elezione, Trump ha dato al pubblico la sensazione che esisteva un uomo solo al comando capace di “sistemare tutto”, senza costi e senza compromessi.
La menzogna funziona perché risponde a un bisogno. Stanchezza. Rabbia. Desiderio di ordine. Sappiamo però che quando le persone sono sfinite, la verità, che richiede tempo, mediazione, pazienza, appare meno ambiziosa. La bugia, invece, è un anestetico: toglie il dolore per un attimo e fa credere di avere il controllo.
E i media cosa stanno facendo? Il titolo “in 24 ore” correva in rete e nei titoloni e ora la dovuta smentita arranca. Vedo però che l’algoritmo premia ciò che accende, non ciò che chiarisce.
Vi pongo allora una domanda scomoda: se l’elettorato non punisce la menzogna, diventerà sempre più un’arma di vittoria? Personalmente credo di sì. Per Trump, quanto per i piccoli mini Trump clonati nei parlamenti di tutto il mondo.Perché in politica vince spesso ciò che viene premiato, non ciò che è vero. Se il costo della bugia è zero, la bugia diventa investimento.
Forse, l’unico antidoto è alzare quel costo. Pretendere prove. Misurare le promesse sui fatti. Ricordare le date, non gli slogan. Fermarsi prima di condividere in rete. E votare, o non votare, di conseguenza. La democrazia non muore solo quando qualcuno la abbatte. Muore anche quando noi, per comodità, smettiamo di distinguere tra realtà e racconto. E chiedere responsabilità, ogni giorno, a voce alta.

