Provincia mon amour?

La bella intervista rilasciata da Antonio Albanese al quotidiano “La Stampa”, lo ricordo con simpatia per l’attività radiofonica condivisa a Onda Radio Olginate negli anni ’80, mi ha fatto riflettere su considerazioni che ho maturato più volte nella mia vita da nomade, vissuta nelle grandi metropoli del mondo.

Sì, perché le mie origini sono provinciali e le differenze che cita Albanese le ho percepite, vissute, ma anche osservate in una luce meno positiva; dipende dal tema, dall’imprinting culturale di quel luogo e dalle persone che lo abitano.

Ad esempio, anche in città importanti, non metropoli, esistono caratteristiche sociali e umane tipiche del piccolo paese, nelle accezioni più negative, pur trattandosi di città.

Dice Albanese: «La provincia è quel luogo “dove esistono ancora i soprannomi”. Quello dove “vai dal macellaio e puoi dire ‘il solito’, sicuro che lui capisca”». Quello dove «un incidente che, a Milano, in zona Garibaldi, non interesserebbe nessuno, acquista invece interesse e valore». E poi la provincia è il posto dove «l’umanità è ancora molto bella, anche se un po’ rassegnata, accomodata. Tutti partecipano a tutto, per il bene della comunità».

E questo, in parte, è vero: è un valore aggiunto se solo pensiamo alle innumerevoli Associazioni e ai tanti volontari.

Quando vivi oggi in una grande metropoli capisci che la socializzazione intesa come “bene comune” o solidarietà è merce rara, mentre l’indifferenza e l’anonimato sono all’ordine del giorno. Lo leggiamo quando, a volte, muoiono anziani soli nei condomini e ci si accorge della loro assenza solo dopo giorni, a causa degli odori nelle scale.

Poi ci sono quelli che valorizzano l’anonimato della grande città contro il fastidio di dover rendere conto a qualcuno, anche solo per uscire di casa trasandati o alzarsi alle undici del mattino… Vedete, dipende dalla visione che ognuno dà alla propria esistenza.

Certo, i primi anni quell’anonimato l’ho apprezzato anch’io, contrapponendolo alle differenze vissute fino a poco tempo prima in provincia.

La provincia oggi e in parte da sempre, è quel “non luogo” dove per ogni commissione devi prendere l’auto o dove i luoghi comuni sono abitudini. Dove la negoziante è gentile, ti chiede delle vacanze, ma poi vuole solo venderti qualcosa per sopravvivere. Dove devi allinearti allo stile di consumo, alle domeniche a messa, alle mete delle vacanze; dove tutti osservano quello che fai e giudicano in base all’auto che possiedi. Dove, se sei “diverso”, sei quello simpaticamente fuori dal comune. Dove il sindaco si elegge sull’antipatia o sulla simpatia e, se mi fa il favore con la pratichetta, allora mi sta simpatico.

La provincia, bel posto: dove ormai non ci sono più teatri o cinema e dove l’offerta culturale è unica, standard, penosamente borghese.

La provincia: dove si finge di essere benestanti campando sul patrimonio delle generazioni precedenti.

Forse Antonio Albanese oggi vive in una grande città, e io non più, e per questo mi manca cosi tanto viverci.

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