Testa e nuvole.

C’è una parola che torna, oggi, con una frequenza inquietante: superficialità. Non come difetto di carattere, ma come modalità operativa. Una patina sottile che si deposita sulle azioni quotidiane e, quando si infiltra nelle professioni più fragili e decisive, sanità, trasporti, giustizia, ingegneria, smette di essere un fastidio e diventa un pericolo. Ne leggiamo da mesi di ogni tipo.

L’ultimo caso è quasi insopportabile da raccontare: un bambino di due anni, in attesa di trapianto, a cui viene impiantato un cuore danneggiato durante il trasporto. Secondo la denuncia della famiglia, l’organo sarebbe entrato in contatto con ghiaccio secco, “bruciandosi” e diventando inutilizzabile; eppure l’intervento sarebbe proseguito. Indagini in corso, attività sospesa, due chirurghi fermati in via cautelare. Qui la parola “errore” non basta: la domanda è come sia possibile che una catena di verifiche , che dovrebbe essere sacra, non si sia fermata davanti a un’anomalia così macroscopica. 

Poi ci sono i cieli. Ora più di prima ho paura di volare ma devo. In Nord America e in Europa, gli enti di controllo tornano a parlare di “close call”, mancati incidenti, incursioni in pista, sistemi sotto pressione. L’autorità americana descrive le incursioni come eventi spesso legati a deviazioni dei piloti e a dinamiche operative; un rapporto dell’Ispettore generale del Dipartimento dei Trasporti USA ricorda che, dopo una serie di episodi nel 2023, restano problemi di analisi dei dati e implementazione delle contromisure. In Canada, un’agenzia federale segnala numeri record di incursioni nel 2024. E a livello globale, l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile registra un aumento del tasso di incidenti nel 2024 rispetto al 2023. 

Ed eccoci alla giustizia che non vola, ma inciampa nello stesso modo: procedure, copie, automatismi, fretta. Un documento dell’Osservatorio sull’errore giudiziario (basato su dati ministeriali) parla di migliaia di casi di detenzione ingiusta dal 2018 al 2024 e di un rapporto sproporzionato tra danni prodotti e conseguenze disciplinari. Il tema non è “punire di più”: è impedire che la routine trasformi l’eccezione in statistica. 

E poi i cantieri, le opere, le manutenzioni: anche qui la parola ricorrente è “omissione”. Nel crollo della Torre dei Conti a Roma, le indagini guardano a errori di cantiere e controlli; nel processo sul viadotto di Fossano riaffiora l’idea dell’“effetto domino”, iniziato anni prima, tra scelte tecniche e verifiche mancate. 

Allora: è una questione di nuove generazioni di professionisti? Io credo di no, o almeno non principalmente. È una questione di ecosistema del lavoro: organizzazioni che corrono, appalti e subappalti che frammentano responsabilità, turni e carichi che riducono lucidità, formazione ridotta a caselle da spuntare, controlli vissuti come intralcio. È l’idea, tossica, che l’eccellenza sia un lusso e la ridondanza uno spreco.

Non a caso, lo Stato prova a rimettere al centro perfino i “quasi incidenti”: la Legge 198/2025 introduce un impianto che spinge a tracciare e analizzare i mancati infortuni, cioè i segnali deboli prima della tragedia. È un indizio: abbiamo capito che la superficialità non si combatte con gli slogan, ma con metodo, cultura e responsabilità. 

La vera domanda con cui chiudo quindi, è un’altra: vogliamo ancora persone eccellenti nei posti eccellenti? Se la risposta è sì, dobbiamo smettere di premiare la velocità come unico valore e tornare a pretendere ciò che salva vite: competenza, concentrazione, controlli, e il coraggio, sempre, di fermarsi quando qualcosa non torna.

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