L’Italiano.

Il Presidente Sergio Mattarella è come un argine, è l’Italia che resiste.

In un tempo in cui la politica si misura a colpi di slogan e indignazioni a gettone, la Presidenza della Repubblica torna a essere ciò che dovrebbe: una bussola. Non un megafono. Una presenza. Quella che, quando la cronaca si fa dolore, si mette accanto alle persone con sobrietà, senza trasformare la sofferenza in palcoscenico. È lì che capisci se le istituzioni “ci sono” davvero: non nelle dirette, ma nella postura.

La sua cifra è un’umanità ostinata e concreta. Non divide per guadagnare consensi, non rincorre l’onda. La mia opinione è che scelga parole che pesano, perché sa che nelle democrazie la forma è sostanza. E quando i valori si sfilacciano, rispetto, dignità, responsabilità, memoria, il suo richiamo non è nostalgia: è un avviso. Senza quei pilastri sappiamo che la casa comune diventa un condominio di rancori, dove ciascuno urla il proprio diritto e nessuno riconosce più il dovere di stare insieme.

È anche per questo che, mentre nel mondo avanzano destre sempre più radicali e identitarie, lui insiste sulla grammatica della Costituzione: limiti al potere, tutela delle minoranze, rifiuto della violenza come scorciatoia politica. Lo si è visto quando ha denunciato, senza ambiguità, la guerra russa come aggressione, arrivando a richiamare le “guerre di conquista” del Novecento: un parallelismo che ha acceso uno scontro diplomatico, proprio perché rompe la zona grigia dell’abitudine e rimette al centro una parola che molti temono: responsabilità.

Sulla tragedia contemporanea, il suo metro resta il diritto internazionale, non l’allineamento automatico alle linee di Stati Uniti. Sull’Ucraina il sostegno è dichiarato fermo, con l’orizzonte di una pace “giusta, complessiva e sostenibile”. Sulla Striscia di Gaza, invece, ha usato parole rarissime per un capo di Stato: ha definito inaccettabile negare il diritto umanitario alla popolazione civile, ha chiesto un cessate il fuoco immediato e l’accesso degli organismi internazionali per ripristinare gli aiuti, chiamando “inumano” lasciare un’intera comunità, bambini e anziani compresi, davanti alla fame. E, nello stesso respiro istituzionale, ha ricordato l’orrore del 7 ottobre e l’obbligo di liberare gli ostaggi: perché la bussola funziona solo se non seleziona le vittime.

Ho provato a compararlo a molti altri Capi di Stato, ed ho scoperto che il suo vantaggio competitivo non è la potenza: è la credibilità. I capisaldi sono chiari: fedeltà costituzionale, europeismo concreto dentro l’Unione europea, multilateralismo con le Nazioni Unite come cornice, e una pedagogia civile che parla al Paese reale. “È uno dei migliori?” Non esiste una classifica neutrale. Ma se misuriamo coerenza tra parola e funzione, capacità di tenere unito senza anestetizzare, coraggio di dire “no” quando la storia bussa, allora sì: è tra le figure presidenziali europee più solide del nostro tempo.

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