La scorsa settimana abbiamo perso un altro grande padre della moda italiana nel mondo: dopo Armani, anche Valentino si è spento. L’evento è stata l’occasione per rivedermi il film che lo ha visto protagonista assoluto, a cominciare dal titolo: “Valentino: L’ultimo Imperatore”. Un foto finish della sua vita professionale, una produzione americana in grado di donarci lo spessore e l’unicità dello stilista.
È un film che, in alcuni passaggi, vibra di intensità emotiva: quando, oltre allo spettacolo di creatività capace di far applaudire il pubblico di tutto il mondo, apre fotogrammi che invadono la sfera dell’uomo, imperturbabile e schivo di riconoscimenti, a di chi lo guida e lo accompagna: dipendenti, collaboratori, ma soprattutto chi lo ama.
Nel film, durante le ultime vicende societarie, assistiamo all’eterno conflitto numeri/creatività/identità. Giammetti sintetizza la rottura con Marzotto con un concetto chiave: “riunioni tutte sui soldi, non sul design”; vendite e previsioni a guidare ciò che si crea, e un modello “da conglomerato” uguale per tutti i marchi. Anche se il punto non è “Marzotto cattivo e numerico / Valentino artista puro”: è che, in quel momento storico, il lusso stava accelerando verso modelli più industriali e il marchio doveva reggere quella velocità.
Su queste affermazioni, però, mi nasce una riflessione: riguarda i numeri e l’uomo, e quanto questa integrazione sia diventata penalizzante per l’uomo e abbia mutato, negli anni, la società in cui viviamo. Prima di arrivare in alto, partiamo dal basso.
È conclamato che, in molti ambienti professionali dove la proprietà è una società di capitali, da una multinazionale a un gruppo industriale, fino a una banca, il clima lavorativo non è più lo stesso: dai dirigenti agli operai, è tutta una tensione che corre dall’inizio dell’anno fino alla chiusura dell’esercizio. Tutti sotto lo stesso cielo chiamato “budget”. Per raggiungere quei numeri che soci e azionisti vogliono sempre più ampi, si deve fare l’impossibile, a cominciare dal contenimento dei costi fino al classico: diminuire la qualità dei prodotti e creare stress di monitoraggio e controllo sulle risorse umane.
Come primo effetto, abbiamo avuto la perdita della qualità dei rapporti personali con chi interfacciamo e occupa posti di contatto: dalla cassiera al commesso, o all’impiegato di banca, sempre nervosi e indispettiti alle riunioni aziendali cariche di conflitti e competitività tossica.
Ma se entriamo nel campo artistico, abbiamo limitato la creatività e l’arte che la rappresenta in tutte le sue forme. Collezioni a tempo: siamo a Ferragosto e vediamo già vetrine con i maglioni; la musica chiede agli artisti di processare brani e tour come brioche a colazione; emergono frustrazione, burnout e sogni infranti dopo un solo successo e lo stesso dicasi per gli scrittori.
Accontentarsi, per chi produce e accumula ricchezza, è diventato un termine obsoleto, mentre spremere il verbo più gettonato. Per quanto ancora?

