È diventato quasi disgustoso ascoltare Donald Trump parlare in pubblico; in privato possiamo solo immaginare, senza freni inibitori, cosa possa pronunciare contro chi, nel suo staff, commette errori o contro chi osi criticarlo tra i nemici. Se il popolo degli Stati Uniti d’America ha sempre ritenuto la figura del suo Presidente una sacralità istituzionale, guida della democrazia più evoluta, spiace dirlo, ma questa è stata demolita e la storia ricorderà questa seconda presidenza Trump come un grosso errore, tale da far talvolta vergognare gli stessi cittadini.
Quando lo ascolto, solo per motivi di lavoro, penso a una delle verità più scomode dell’intelligenza: non discutere con chi non può seguirti; non per arroganza, ma per sanità mentale.
Schopenhauer diceva: «È inutile affrontare discussioni serie con chi è inferiore nello spirito, a meno che tu abbia abbastanza autorità da farlo tacere quando sbaglia. Altrimenti accadono due cose: devi fingere di essere d’accordo con le loro sciocchezze e questo, a lungo andare, ti logora, ti annoia, ti ruba energie; oppure nasce una disputa, non perché vuoi farlo, ma perché la logica lo impone. A quel punto succede l’inevitabile. Quando gli inferiori non possono competere con la tua mente, il risentimento li porta ad aggrapparsi all’unico strumento che rimane loro: l’offesa, il sarcasmo, la volgarità, e la violenza emotiva e verbale è il loro unico espediente; un gesto animalesco, istintivo, primitivo, l’ultima arma di chi non ha più argomenti. Non potendo vincere sul piano dello spirito, cercano rifugio nell’animalità, dove l’intelligenza non conta più e resta solo la forza bruta».
Ora sono più chiari i colloqui con premier e capi di Stato umiliati o derisi davanti alle telecamere, così come il loro apparente, compiaciuto silenzio-assenso. Il primo motivo può essere la sudditanza economica o militare; il secondo l’ho spiegato con il senso di rispetto per l’intelligenza di ogni vero Uomo di Stato.
Poi ci sono quelli felici che un tale essere assuma questi comportamenti al limite del consentito, che schiacci sotto i piedi diritti, norme o popoli per convenienza, e chi, ancor di più, prova orgasmi nel vedere una democrazia al servizio del business: prima privato dell’oligarca di turno al potere e poi della cerchia dei suoi miliardari leccapiedi, interessati al prossimo utile di bilancio.
Poi esistono la ragione, la coscienza e, così, un recente sondaggio tra 3.900 milionari dei Paesi del G20 rivela che sei su dieci di loro ritengono la presidenza Trump dannosa per la stabilità economica mondiale. Quasi l’80% denuncia l’eccessiva influenza politica dei super-ricchi. Quasi 400 milionari di 24 Paesi hanno firmato una lettera aperta ai leader riuniti a Davos, chiedendo un aumento della tassazione sui più ricchi.

