Nonostante siano i primi giorni del nuovo anno, la convinzione di stare comodamente seduti e impotenti sulla polveriera del mondo è cosa concreta. Molti di coloro che, in maniera disinvolta, hanno gioito per l’ascesa allo scranno statunitense più alto di Donald Trump dopo la sua elezione, alcuni anche elettori convinti, negli ultimi 60 giorni sono rimasti destabilizzati quanto chi lo detestava e lo temeva.
Consiglio, ironicamente, al premier norvegese, irritato dal presidente Trump, di istituire un Premio Nobel per il titolo di “Generatore di caos” e di destinarlo a lui: nessuno, ad oggi, ne è più titolato. Anche Xi Jinping, Putin e Kim Jong Un ne sarebbero i più leali sostenitori, in quanto maggiori fruitori delle conseguenze in atto su scala mondiale.
Amici americani, ma cosa avete fatto? So che vorreste che novembre fosse dietro l’angolo, ma dovremo aspettare ancora quasi 11 mesi; e se in 12 ha fatto tutto questo, prepariamoci al peggio.
Nel frattempo, il pensiero mi va a ciò che sta accadendo in Iran e, tristemente, alla realtà del sistema giornalistico, che stabilisce cosa sia meritevole di attenzione in termini di valore, sbiadendo o eliminando totalmente, nell’arco di pochi giorni, temi fino al giorno prima centrali. Guerre che si accendono e si spengono mediaticamente come un interruttore e che, a seconda della finalità politica, diventano importanti o insignificanti, motivando o disinteressando le masse.
State forse leggendo in prima pagina qualcosa su Gaza o sull’Ucraina? No. Ma peggio ancora: le migliaia di manifestanti iraniani che rivendicano libertà e democrazia vengono uccise e, magicamente, dopo che il presidente Trump li ha illusi di essere al loro fianco per poi lasciarli alla gogna di un regime criminale, nessuna enfasi si eleva, quando invece il mondo intero dovrebbe ribellarsi e dare sostegno incondizionato al popolo iraniano.
Eppure non vedo manifestazioni di protesta come avvenne in favore del popolo palestinese. Perché? I giovani studenti iraniani, massacrati dal regime, non meritano sostegno e aiuto? Cosa ci fa pensare tutto questo, oltre al terrore di ciò che accade? Che, oggettivamente, si faccia un distinguo legato alla politica più che ai diritti umani, che non conoscono nazionalità, religione o altro.
Ci sono morti che valgono più di altri? O forse ci sono vittime che diventano strumento politico: dal cittadino ucciso per una rapina da un immigrato, ai giovani ricchi arsi vivi dentro un locale delle Alpi svizzere, per finire con i bambini sotto le macerie nel Donbas o nelle scuole di Gaza.
Vergogna: sembra essere la parola dell’anno, prima ancora che paura.

