I numeri due.

Non sono passate 24 ore dall’annuncio che la destra reazionaria americana, tra studi TV e thread velenosi su X, ha già trovato un nuovo bersaglio: Kamala Harris. Le sue scelte, le sue pause, persino le sue parole non dette sembrano infastidire un certo establishment conservatore più di qualsiasi programma elettorale. Ed è proprio in questo rumore di fondo che prende forma il suo silenzioso ritorno.

Ci sono momenti nella vita politica in cui una rinuncia pesa più di una candidatura. Kamala Harris ha scelto il silenzio delle urne californiane per lasciar aperta una finestra sul destino: quello del 2028. Non correrà per la carica di Governatore della California, lo ha detto senza ambiguità. Ma la sua voce , forte, esperta, a volte contestata ma mai fuori posto, torna a circolare tra i corridoi dei “possibili”.

L’ho conosciuta bene, Kamala. Ho fatto parte del suo team comunicazione, ho visto da vicino la fatica del compromesso, la tensione nei momenti chiave, la determinazione a non cedere nulla alla retorica. Dopo la difficile stagione della vicepresidenza e la dura sconfitta del 2024, molti l’avrebbero immaginata defilata. E invece, eccola pubblicare un libro , 107 Days, che non è solo memoria, ma dichiarazione d’intenti. Una narrazione a cuore aperto sul potere, la responsabilità, l’America.

Perché no alla California? Perché Harris è consapevole che ogni energia spesa in quella direzione l’avrebbe allontanata dalla scena nazionale. E allora meglio aspettare. Meglio lasciar sedimentare, osservare, misurare gli umori del partito e del Paese.

Ci sono pro e contro, certo. Kamala conserva una notorietà intatta, una rete solida e il peso simbolico di chi ha già rotto barriere. Ma deve ancora scrollarsi di dosso l’immagine di “numero due” senza voce, la percezione di una campagna (quella con Biden) timida e poco incisiva. Gli avversari interni come il Governatore californiano Newsom non mancano e il Paese è più diviso che mai. Ma proprio per questo, forse, c’è bisogno di figure che conoscano il confine sottile tra idealismo e governance.

Il 2028 è ancora lontano. Ma se c’è una lezione che Hillary Clinton ci ha lasciato, e che ho vissuto da vicino nella campagna del 2016, è che la preparazione non è mai abbastanza, e la storia non sempre concede bis.

Kamala Harris è pronta? Forse sì. Ma più importante ancora: l’America è pronta a darle un’altra possibilità?

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