Mentre noi ci perdiamo tra decreti attuativi, rimpalli di competenze e conferenze dei servizi infinite, a qualche ora di volo dall’Europa le città cambiano pelle. Seoul, Singapore, Shenzhen, le nuove capitali indiane: skyline che si ridisegnano in pochi anni, infrastrutture che nascono dove prima c’erano campi o periferie dimenticate.
Porti automatizzati, aeroporti che diventano hub digitali, treni super veloci, quartieri interi cablati con 5G reale , non quello che in molte aree italiane ancora si perde tra una galleria e l’altra. Sono progetti che non si limitano al cemento: dietro c’è un’idea di smart city in cui dati, servizi pubblici, mobilità e ambiente formano un ecosistema, non solo un rendering accattivante da esibire a una fiera.
Se guardiamo alla vecchia Europa, e all’Italia in particolare, la fotografia è diversa. Discutiamo per anni di un ponte sullo Stretto, di un elettrodotto, di una dorsale digitale. Ogni opera diventa un referendum permanente dove la burocrazia è il vero partito di maggioranza. Nel frattempo intere generazioni crescono con connessioni instabili e treni lenti ma con biglietti sempre più cari.
È solo colpa della politica? Sarebbe troppo semplice. C’è anche una parte di Paese che teme il cambiamento, che preferisce l’immobilità alla responsabilità di scegliere. Ci indigniamo per la precarietà dei giovani, ma non mettiamo in discussione un modello produttivo incapace di creare lavoro di qualità proprio dove servirebbero competenze per costruire la città del futuro.
Sul fronte energetico il copione è simile. Abbiamo consacrato l’auto elettrica come simbolo di transizione, salvo poi decretarne il “processo” davanti ai costi e alle paure. Torniamo a parlare di ibrido, rimandiamo scelte sulle rinnovabili, apriamo e chiudiamo incentivi come fossero promozioni stagionali. Mentre noi ripieghiamo, altri Paesi trasformano la transizione in filiera industriale, ricerca, occupazione.
Intanto Polonia, Romania, i Paesi baltici corrono. Costruiscono nuove linee ferroviarie, digitalizzano la pubblica amministrazione, attirano investimenti che un tempo guardavano solo a Milano o Parigi. Per molte aziende europee l’Est non è più periferia ma laboratorio, e noi rischiamo di restare spettatori paganti.
La domanda allora è scomoda ma inevitabile: vogliamo davvero diventare smart o ci accontentiamo di esserlo solo negli slogan? Le metropoli asiatiche ci ricordano che il futuro non aspetta chi resta fermo a discutere. Decide, investe, sbaglia e corregge. Noi, per ora, sembriamo più occupati a giustificare il ritardo che a recuperarlo.

