Ci svegliamo ogni mattina con un nuovo annuncio: si parla di riarmo, di ponte sullo Stretto, di grandi opere che promettono sviluppo e posti di lavoro. Intanto, però, l’emergenza vera, quella che tocca la pelle delle persone, resta sullo sfondo: la sanità pubblica che scricchiola, le liste d’attesa infinite, la sensazione che curarsi sia diventato un percorso a ostacoli.
Negli ospedali i professionisti ci sono ancora, molti stranieri che faticano a comprendere l’italiano dei malati ma fanno miracoli. Mancano però tempo, colleghi, organizzazione. I cittadini lo sanno bene: prenotare una visita significa spesso passare ore al telefono, cambiare giorni di lavoro, chiedere favori ai nonni per accompagnare i bambini, sperare che “non sia niente di grave” perché il primo posto libero è tra mesi. Chi può, si rivolge al privato; chi non può, aspetta e ingoia frustrazione.
In questo scenario cresce una frattura silenziosa: da una parte i cittadini che pagano tasse, dall’altra un sistema che appare distante, burocratico, incapace di dare risposte nei tempi di vita reale. In mezzo chi evade e si lamenta pure , consapevole di essere corresponsabile al minor gettito di risorse economiche necessarie ad un sistema adeguato.
In Sicilia si discute di un’infrastruttura mentre l’acqua non arriva nelle case e gli autobus si rompono sulle strade dissestate. Al Nord ci raccontiamo che “almeno qui la sanità funziona”, ma basta sedersi in una sala d’attesa lombarda per accorgersi che anche il modello considerato per anni un’eccellenza sta mostrando tutte le sue crepe. Qualcuno dice che “con Formigoni si stava meglio”, altri ricordano che proprio in quegli anni si è spinta forte la competizione tra pubblico e privato. Forse la verità è che abbiamo tirato la corda troppo a lungo, e oggi ne stiamo pagando il prezzo.
Nel frattempo le catastrofi ambientali non sono più un titolo di giornale lontano: frane, alluvioni, ondate di calore riempiono i pronto soccorso, aggravano le fragilità di chi è già solo, malato, povero. Ogni emergenza climatica è anche un’emergenza sanitaria, ma continuiamo a trattare i due temi come se fossero mondi separati.
Se c’è un’opera pubblica che dovremmo mettere al centro dell’agenda nazionale è il rafforzamento del Servizio sanitario: personale, medicina territoriale, prevenzione, tecnologie che aiutano invece di complicare. Non si tratta di nostalgia per un passato ideale che non è mai esistito, ma di scegliere, oggi, dove vogliamo mettere le risorse e l’attenzione politica se non vogliamo che i casi di violenza dentro strutture ospedaliere aumentino.
Perché alla fine la domanda è semplice: che cosa racconta, di noi come comunità, un Paese che trova fondi per tutto, tranne che per garantire a tutti il diritto, concreto e non solo proclamato, di potersi curare dignitosamente?

