Senza fine.

La notizia della morte di Ornella Vanoni non è solo un lutto musicale, è un’altra tacca sul metro del tempo che ci dice quanto poco resti di una stagione irripetibile. Con lei non se ne va soltanto una voce elegante, ironica, capace di tenere insieme teatro, jazz, canzone d’autore e televisione. Con lei se ne vanno, uno dopo l’altro, i grandi interpreti che hanno dato un senso alla parola “canzone italiana”.

Vanoni è stata molte cose: la “cantante della mala”, la signora dei club milanesi, la complice di Gino Paoli, la curiosa che si innamora del Brasile e lo porta qui, nelle nostre radio di provincia. Ma soprattutto è stata un tramite. Tra la scrittura degli autori e le nostre vite. Le sue canzoni non le ascoltavi soltanto: ci abitavi dentro. Un appuntamento mancato, un amore che finisce, una domenica qualunque diventavano racconto collettivo, pezzi di biografia nazionale.

Oggi il panorama è un altro. Rap e trap hanno occupato ogni spazio, come un rumore di fondo permanente. Hanno diritto di esistere, fotografano frammenti di realtà, parlano a generazioni che non trovano altre parole. Ma nel frattempo la musica che si poggiava sui testi d’autore si è vaporizzata come neve al sole. Le parole sono diventate slogan, tormentoni, hashtag. Consumate in pochi mesi, dimenticate alla canzone successiva.

Attenzione: non è nostalgia dei lenti anni Sessanta, né idealizzazione della melassa televisiva in bianco e nero. Molto di quel pop era leggero, quando non apertamente stupido. Ma in mezzo, dai Settanta in poi, è successo qualcosa. I cantautori e gli autori hanno provato a fare un passo in più: portare nella musica le domande politiche, sociali, esistenziali. Dare alla canzone la dignità di un racconto adulto, senza rinunciare alla melodia. In quelle frasi sussurrate c’erano le stesse domande che oggi affoghiamo nelle playlist infinite: chi siamo, chi amiamo davvero, che cosa resta quando la festa finisce, davanti al silenzio del dopo.

Di quella stagione, figura dopo figura, restano sempre meno testimoni. Ogni volta che uno di loro se ne va, perdiamo non solo un repertorio, ma un modo di stare al mondo: l’idea che una canzone possa aiutarti a pensare, non solo a distrarti. Forse il compito che ci lascia Ornella Vanoni è proprio questo: pretendere ancora parole che restino, musiche che non abbiano paura del tempo, voci che non inseguano la moda ma la attraversino, lasciando una traccia evidente sul pavimento della memoria collettiva.

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