Solo per pochi.

Metà del Paese ieri ha scoperto che da giorni politica e media discutono animatamente di un presunto “piano del Quirinale” per far fuori Giorgia Meloni. L’altra metà, più semplicemente, stava cercando un pediatra disponibile, pagando l’ennesima bolletta aumentata o incastrando tre lavori precari nello stesso giorno.

La sequenza è nota: un articolo de La Verità trasforma le chiacchiere di un consigliere in un complotto di palazzo; il capogruppo di FdI chiede una smentita; il Colle risponde parlando di ricostruzione “sconfinante nel ridicolo”; il consigliere nega, si dice amareggiato, tutti giurano lealtà istituzionale. Intanto, talk show, prime pagine e rassegne stampa si nutrono per ore di questo ping pong tra il Colle e il partito di maggioranza relativa.

Ma fuori dal perimetro di Montecitorio e dei salotti televisivi, quanto interessa davvero questa storia? Diciamolo senza ipocrisie: interessa moltissimo a chi fa politica attiva, e interessa alla piccola corte che vive di scambi, nomine, raccomandazioni, promesse di incarichi. Alla grande maggioranza dei cittadini, invece, interessa zero. Non per disprezzo delle istituzioni, ma per semplice gerarchia delle urgenze.

C’è un’Italia che non ha tempo per misurare le sfumature della nota del Quirinale, ma conosce a memoria il saldo del conto corrente. Che non sa chi sia il consigliere di turno, ma sa benissimo cosa significhi vivere con uno stipendio che finisce al giorno 20 del mese. Che non chiede retroscena di cene romane, chiede un treno che arrivi in orario, una sanità accessibile, una scuola che non cada a pezzi.

Per questo servirebbe un cambio di rotta. La stampa ha il diritto, e il dovere, di raccontare anche le tensioni tra i palazzi. Ma non può più permettersi di trasformarle nel centro del mondo mentre il Paese scivola ai margini. Se davvero vogliamo che chi governa si occupi dei problemi reali, la spinta deve arrivare dai cittadini-elettori: scegliere cosa leggere, cosa condividere, cosa pretendere, quali domande porre a chi chiede il nostro voto. Soprattutto, smettere di confondere l’indignazione social con una partecipazione politica che richiede tempo, studio, responsabilità.

Solo quando l’agenda dei media smetterà di essere il riflesso del gioco di società della politica e tornerà a essere lo specchio delle vite reali, chi sta nelle stanze del potere sarà costretto a guardarsi intorno, non solo allo specchio.

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