Corresponsabilità politico-sociali.

Tra la sinistra italiana e il suo elettorato qualcosa mutò a partire dal 2007, subito dopo la nascita del PD. Tony Blair aveva governato per dieci anni consecutivi coniando la terza via, un progetto politico che voleva superare sia il vecchio socialismo laburista (statale e collettivista) sia il neoliberismo conservatore.

Molti leader europei di sinistra vi si ispirarono e perfino Barak Obama ne seguì le orme, anche se Blair governò un’Europa già integrata, con sfide come globalizzazione e welfare state da riformare mentre Obama governò durante la grande crisi finanziaria del 2008 e in un contesto politico più polarizzato, con un Congresso spesso ostile.

La globalizzazione venne usata come allargamento dei mercati commerciali per le imprese e venduta alle gente comune come l’opportunità di viaggiare senza confini assaporando un’illusoria maggior libertà. Ma quando il marketing si vende alla politica i risultati per i cittadini son quasi sempre nefasti. Nella realtà, spesso accade che un progetto ambizioso non abbia il tempo adeguato per un’organizzazione degna di gestirne il funzionamento prevedendone le ricadute perché la politica ha tempi brevi e lo sfrutta per consenso elettorale.

Tre gli effetti “crepa” che a mio avviso divennero voragini in grado di produrre uno spostamento in termini di elettorato da sinistra a destra. Le imprese dai guadagni facili delocalizzarono selvaggiamente chiudendo molte sedi italiane. Lavoratori a casa dall’oggi al domani in piena crisi economica globale, con scarsa possibilità di reintegro. Le risposte dei vari governi furono tardive nel contrastare il fenomeno attraverso controlli.

Nel frattempo iniziarono le svendite dei Gruppi Industriali a partecipazione statale e i cinesi misero le basi per una strategia del copia incolla, a casa loro. L’e-commerce fece capolino e i centri commerciali svuotarono le piccole botteghe locali che via via chiusero… ma vuoi mettere gli oneri urbanistici incassati dai Comuni?

L’abbattimento delle frontiere e il buonismo sociale senza regole diede vita ad un fenomeno migratorio senza precedenti verso l’Italia e l’Europa facendo pensare ai politici di sinistra che qualche centro di accoglienza, appaltato per lo più ad enti dietro i quali si celavano religiosi in fame di business, potesse risolvere il problema.

Ogni migrante porta con sé fede religiosa, usi e costumi e se avessimo costruito come Stato un’integrazione sociale tutelando con fermezza i nostri valori civili, religiosi e di ordine pubblico avremmo evitato prima forte discriminazione e poi, la trasformazione in una grave paura generalizzata che mette a repentaglio la sicurezza, la formazione di comunità fortemente chiuse e poco disponibili al dialogo e alcuni tipi di privilegi sotto forma di assistenza e politiche abitative che vanno a penalizzare cittadini italiani. 

Ma ora veniamo alla goccia che ha fatto traboccare il vaso, portando alle destre anche i silenziosi moderati e persino elettori convinti delle sinistre.
Parlo della questione diritti.

La sinistra americana, quella che spesso indica la via, paradossalmente si sposta pian piano verso posizioni estreme, fino a tenere in pugno, seppur in minoranza, il partito. Predica vicinanza al mondo operaio, ai colletti bianchi, ai sindacati, alle minoranze etniche, mentre la sua rappresentanza impersona sempre più un’intellighenzia snob e sofisticata, fatta di laureati, imprenditori e lobby dell’alta finanza.

Ottusi rispetto al clima di cambiamento sociale dettato da ripetute crisi economiche, credono di potersi mantenere tranquilli “sopra le righe”, senza vedere ciò che accade alla pancia del Paese. Così, dagli anni 2000, hanno avviato una narrazione focalizzata sui diritti LGBTQ+ e sulla sostenibilità ambientale, creando una bolla virtuale con i propri elettori, i quali avrebbero invece preferito sentir parlare di programmi, inflazione e sicurezza.

Seppur animato da una finalità positiva, questo tema risulta divisivo per sua natura, tanto più se ti ergi a sembrare l’unico partito attento alla questione dei diritti umani e civili. I democratici , o progressisti globali , non si accontentano di aver raggiunto traguardi giusti e importanti: matrimoni egualitari in molti Stati, unioni civili in altri, leggi a tutela delle diversità e un livello crescente di rispettabilità. Spingono oltre, contaminando a man bassa cinema, stampa e televisione: non vi è storia, fiction o serie tv in cui non venga inserito qualcosa che richiami il tema della diversità, anche quando non serva.

Da qui in poi, il resto è storia nota: le teorie gender nelle scuole, le modifiche all’alfabeto per tutelare i neutri, le equality policy nel mondo del lavoro, gli attacchi alla Chiesa e una rappresentazione di moda e costume, soprattutto in ambito musicale e artistico, portata all’eccesso e abbellita da sfilate di carri che poco hanno a che vedere con la semplice richiesta di diritti.

A questo si aggiunge il politically correct, con il revisionismo di personaggi e accadimenti storici che porta a censurare testi nelle scuole e nelle biblioteche, ad abbattere statue nelle piazze, e così via. Insomma, con il tempo l’elettore moderato, e ancor più quello conservatore, percepisce una vera e propria occupazione culturale.

Dunque, perché stupirsi oggi se le destre raccolgono consensi anche dove non li avrebbero mai presi? Perché arrabbiarsi se i movimenti ultracattolici e conservatori moltiplicano le loro fila e cercano di riportare i propri valori al centro del dibattito? Perché demonizzare la deriva del controllo della libertà di espressione, quando negli ultimi vent’anni chi osava obiettare scelte politiche discutibili su questi temi veniva neutralizzato, se non emarginato?

Con cosa si sono mantenute, in questi anni, le famiglie e i single? Con i diritti alla diversità?
Il senso di equità, confronto, tolleranza e democrazia deve essere più forte proprio quando sei al potere; se lo perdi per interesse personale, sappi che la storia non è mai lineare e, a volte, torna sui suoi passi.

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