Spremuti a Milano.

A Milano si è chiuso domenica il Salone del Mobile, l’evento più cool dell’anno, una delle grandi vetrine internazionali dell’Italia. Porta lavoro, immagine, relazioni, turismo, prestigio. Milano, in pochi giorni, torna ad essere una capitale mondiale del design, dell’arredo, della creatività e dell’impresa.

Ma poi c’è l’altra faccia della medaglia. Quella che molti visitatori stranieri hanno visto appena hanno cercato una camera, un tavolo al ristorante, un taxi, un appartamento per pochi giorni. Prezzi altissimi. In alcuni casi quasi proibitivi. In fiera una bottiglietta d’acqua 2 euro e 80 centesimi, un piatto di risotto giallo stracotto servito su piatto di cartone ben 18 euro e potrei continuare.

Secondo le stime di Confcommercio Milano, il Salone ha generato un indotto turistico superiore ai 255 milioni di euro, con oltre 319 mila visitatori, di cui il 62,4% proveniente dall’estero. Gli stranieri hanno speso quasi 180 milioni di euro, tra alloggi, ristorazione, shopping e biglietti. Numeri importanti. Numeri che fanno bene alla città. Però a mio parere, i numeri non raccontano tutto.Perché quando una camera d’albergo arriva a costare mediamente quasi 600 euro a notte, con aumenti fino a oltre quattro volte rispetto ai periodi normali, la domanda diventa inevitabile: stiamo valorizzando un evento o lo stiamo spremendo fino al limite? E credetemi che anche nell’hinterland milanese fino a Varese i costi di B&B e hotel non erano da meno. Anche gli affitti brevi hanno seguito la stessa strada: durante la Design Week il canone medio settimanale di un’abitazione a Milano e dintorni sarebbe passato da circa 1.530 euro a 4.570 euro.

Certo, il mercato funziona così. Dove cresce la domanda, crescono i prezzi. Ma una città non può vivere solo di questa risposta.Milano ha il diritto di guadagnare dal proprio successo. Alberghi, ristoranti, servizi e attività commerciali lavorano in una settimana quello che forse in altri periodi faticano a costruire. Ma anche qui nutro perplessità, se non prenoti non trovi mai un tavolo libero anche in settimana, il ceto medio si lamenta di una crisi che però non si certifica nei fatti…almeno a Milano.

Nessuno deve scandalizzarsi se un grande evento produce valore. Ma tra valore e voracità c’è una differenza.Se il visitatore straniero torna a casa ricordando più il conto dell’albergo che la bellezza del Salone, qualcosa non funziona. Se il professionista medio, la piccola azienda, il giovane designer o il buyer indipendente iniziano a pensare che Milano sia diventata accessibile solo ai grandi budget, il rischio non è solo economico. È reputazionale.

Una città internazionale non si misura solo da quanto riesce a incassare.Si misura anche da quanto riesce ad accogliere.

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