Un biasimevole abuso di potere a bordo di Trenord. Ordinarie storie di pendolari.

Premetto che sono a favore del rispetto delle regole e della Legge, ma anche dell’uso del razionale buon senso. Racconto un fatto che ha contrassegnato la profonda amarezza provata ieri sera.

Treno 2566 di Trenord, Rho Fiera Milano -Varese, rientravo dopo una giornata alla fiera. Quasi tutti i treni viaggiavano con una media di quindici minuti di ritardo, piattaforme gremite di studenti ma soprattutto pendolari, erano le 18.30 tutti visibilmente spenti dalla stanchezza quotidiana.

Arriva il convoglio, non uno della nuova flotta ma di quelle fatiscenti, con le porte che ancora si aprono meccanicamente a spinta.

Entrando nello scompartimento vengo avvolto da un’ondata di calore eccessivo misto ad un tanfo di sudore, chissà da quante ore viaggia raccogliendo umori di ogni specie.

Decido di fermarmi al primo sedile libero, vicino alla porta, di fronte a me, appoggiato al finestrino, un signore sulla cinquantina, capelli grigi spettinati, giubbotto e pantaloni da lavoro, sporchi di nero e quel bianco calce, vernice e polvere tipica dei manovali. Se la dormiva alla grande, respiro profondo quasi a russare.

Trascorro il tempo leggendo le ultime notizie on line dal cellulare ma lo sguardo cade ogni tanto su quel lavoratore, penso a che ora si sarà alzato la mattina, alla sua giornata di lavoro, tanto diversa e più sfortunata della mia. Ogni fermata è un’agonia, aggiungendo altri minuti di ritardo al breve viaggio.

Quando mancano pochi kilometri all’arrivo a Gallarate, entra un controllore, donna; il solo ingresso rappresentava già quell’arroganza edulcorata dall’orgoglio di portare una divisa che in questo Paese significa potere, quello molte volte di umiliare l’indifeso.

Presento il mio biglietto, il vicino si sveglia, cerca e apre il portafoglio e porge una banconota da venti euro al controllore, aggiungendo: “ Mi scuso i treni erano in ritardo e non ho fatto in tempo a fare il biglietto per i vostri continui cambi di binari”.

Da quel momento è tutta una rappresentazione del potere in divisa. “Ma come? Io parlo arabo, non ha sentito l’annuncio che ho fatto quando è partito? Ho detto, chi era senza biglietto doveva subito avvisare il capotreno. E se io non fossi passata lei avrebbe viaggiato gratis? Non sono nove euro ma quarantotto caro signore”.

Il pendolare a fil di voce, quasi a vergognarsene, dice di essersi addormentato appena salito, era stanco. Non ha un abbonamento perché ogni giorno gli cambiano cantiere in posti diversi.

Decido di intromettermi in difesa e confermo che il signore dormiva quando sono salito.

Il controllore indifferente non accenna a ripensamenti, il signore toglie il bancomat, ha quasi le lacrime agli occhi, paga cinquanta euro.

Pieno di rabbia ho pensato quale valore avessero per lui cinquanta euro, ho pensato a tutti i ragazzi e feccia quotidiana che facendosi beffa di Trenord viaggiano senza biglietto e controlli.

Ma per la signora controllore, farsi pagare dal branco significa rischiare di finire al pronto soccorso quandoi va bene, allora meglio un anziano pendolare onesto.

Vado nel sito Trenord per fare una nota di disappunto,, leggo il primo post e trovo 583 recensioni negative, insulti… Ora capisco perché per difendersi oltre a risorse umane, assumano anche rottweiler.

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