Ipermercato del solidale. Il “NOI” fortifica l’io debilita.

Parlare di solidarietà infastidisce il benestante, colui che dall’alto della consapevolezza di esser venuto dal nulla con sacrifici e impegno, ritiene che l’economia personale venga solo per merito.

Siamo a soli vent’anni dall’inizio di un secolo che prometteva molto sottraendo poco e invece gira all’apposto. Tecnologia e social creano mondi paralleli rendendo più vuota ed egoista l’esistenza.

Basta un vestito trasandato, il colore della pelle differente come pure un accento per tenere distanze ed aumentare la diffidenza. Fatico a riconoscere il mio Paese, eppure vi son cresciuto.

Per guardare in basso ci vuole coraggio, per sporcarsi le mani contaminandosi di miseria, quella vera, non quella leggera e superabile di cui siamo vittime inconsapevoli, serve spogliarsi dell’indifferenza.

Ora abbiamo un motivo in più per giustificarla, ogni giorno, pensare che ogni povero o disoccupato nasconda il percepire il reddito di cittadinanza, facciamo di tutta un’erba un fascio e questo ci discolpa.

La mano di chi aiuta però, agisce nel silenzio, combatte contro l’indolenza e la mediocre esistenza del superfluo ritenuto necessario. Basta guardare un trasloco qualunque per contare il numero impressionante di scatoloni dove sono assembrati, vestiti, oggetti, accessori, calzature…ogni ben di Dio.

Accumuliamo senza mai pensare possa bastare meno, si possa donare di più.

A Mestre, un’iniziativa esemplare: ha aperto il primo ipermercato solidale, 3600 mq di struttura di cui 700 mq di magazzino, e 900 cadauno per alimentari, abbigliamento e mobili. Molto volontariato serio.

Le persone meno abbienti possono acquistare per pochi euro mentre quelle povere, ovviamente in grado di certificare, possono prendere con un semplice piccolo contributo. Si tratta di un reale esempio di recupero, di economia solidale.

Ma sono notizie che scorrono sui siti no profit o nei trafiletti dei quotidiani, molto più accorti nel postare liti dentro il Grande Fratello o sull’isola delle tentazioni.

Dove ogni oggetto, azione, persona è ridotta a marketing, l’esistenza non può che annichilirsi rendendo quasi tutti quello che siamo o meglio, che rappresentiamo.

Perché alla fine noi rappresentiamo il sistema dominante, soggetto a mode e tendenze, oggi governate da multinazionali e influencer con milioni di follower e di dollari in banca.

Quando non possediamo, la depressione è dietro l’angolo, l’insicurezza ammalia fino a farci diventare rancorosi, cattivi, vendicativi, idolatri solo di noi stessi.

Allora complimenti ai costruttori di solidarietà di Mestre che hanno come motto: Quanto meno abbiamo più diamo. Sembra assurdo però questa è la logica dell’amore.

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