Non solo paura e disagio ma anche cambio delle abitudini penalizza bar e ristoranti.

Il tempo trascorso dentro le mura domestiche, non essendo stato breve, ha condizionato anche i comportamenti più consolidati. Le persone, anche quelle più benestanti hanno riflettuto su molte abitudini al limite del superfluo e in parte ne hanno accolto il cambiamento.

Questo non significa non torneranno ma, in termini di economia spiccia, questo va ad interagire con la già pesante situazione vissuta da molte attività commerciali.

Fattore paura del contagio, disagio per i sistemi di protezione che penalizzano il confort a cui ci eravamo abituati ma anche il cambio delle abitudini.

Molti hanno compreso che farsi un caffè, montare del latte come un cappuccino, spremersi delle arance e passare un cucchiaino i marmellata su fette biscottate o del pane imburrato non è una cosa complessa. è economica e soprattutto mette di buon umore.

Quindi facile scendere ad acquistare dei cornetti alla crema ma il resto, no grazie la colazione la faccio a casa.

Molti impiegati o tecnici che non hanno mai smesso di lavorare, trovando i caffè all’angolo chiusi, hanno portato in ufficio una semplice macchinetta del caffè e oggi, l’abitudine di uscire e prendersi un caffè, non la reputano un’esigenza.

Tutto questo non significa che tra qualche settimana non rivedremo code dentro i bar o i negozi: pigrizia, comodità ed il ritorno dei tempi cronometrati riporteranno alle vecchie abitudini.

Per coloro però, che hanno i conti da far quadrare, quei caffè, capuccini, spremute e brioche rappresentano il ritorno ad una normalità, anche economica, che fatica ad arrivare.

Ma infine, quale è la vera normalità? Cedere alla pigrizia, bevendo in piedi un cappuccino mentre ci sgomitano o urlano alle spalle, guardando di continuo l’orologio o sedersi al tavolo con la famiglia augurandoci una giornata serena? 

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