Senza entrare nello specifico, altrimenti si alimentano fazioni e mancanza di rispetto secondo Massimo Gramellini, parlo della sequenza ininterrotta di incidenti stradali di cui apprendiamo ogni giorno dalla stampa. Ogni volta che un ragazzo muore sull’asfalto, l’Italia si ferma per qualche ora. Pensateci bene, un titolo, una fotografia, un mazzo di fiori sul guardrail, poi la vita ricomincia.
Nel 2021, 151.875 incidenti e 2.875 morti ;165.889 e 3.159 morti nel 2022; 166.525 incidenti e 3.039 morti nel 2023. Nel 2024 siamo arrivati a 173.364 incidenti, 3.030 morti e 233.853 feriti. Non si tratta però di un’emergenza episodica. È una normalità tragica, accettata troppo spesso con rassegnazione. Come ho detto, il dato più duro riguarda i giovani. Nel 2024 la classe con il maggior numero di vittime è stata quella tra i 20 e i 24 anni. Le vittime tra i 20-24enni e i 25-29enni sono cresciute del 23,9% rispetto all’anno precedente. Tra i 15 e i 17 anni i morti sono passati da 51 a 80.
Eppure le regole ci sono. Il Codice della strada è stato modificato, le sanzioni sono state inasprite, la patente può essere sospesa con maggiore facilità, il cellulare alla guida è colpito più duramente, alcol e droghe sono al centro di una stretta severa. Il problema però, non è solo normativo. È educativo, culturale, familiare, sociale. No, non chiamiamo “bravata” ciò che può diventare morte. No, non è normale bere fino a perdere lucidità. No, non è libertà fare dei diciassette anni una patente morale per ogni rischio.
Non ho figli non posso dare lezioni, ma che sia in atto un corto circuito nel rapporto genitoriale appare chiaro, senza generalizzare, ma nella maggioranza dei casi pare così. Un minorenne non ha bisogno di genitori amici. Ha bisogno di adulti credibili. Di regole spiegate, certo, ma anche fatte rispettare. Ha bisogno di qualcuno che accetti di essere impopolare per una sera, pur di proteggerlo da una tragedia per sempre.
La responsabilità sociale e civile credo non nasca a diciotto anni, con una firma o una patente. Si costruisce prima. A casa, a scuola, nei gruppi sportivi, nei luoghi della comunità. Si costruisce quando un adulto insegna che la vita degli altri non è un dettaglio, che guidare alterati non è una leggerezza.
Eppure esistono anche genitori che non si nascondono dietro le giustificazioni. Genitori semplici, magari senza strumenti culturali sofisticati, ma con un senso morale netto. Come quelli del giovane che, dopo la tragedia di Ceriale, avrebbe pubblicato un video ridendo della morte di una ragazza. Ieri quei genitori avrebbero scelto di allontanarlo da casa. È un gesto duro, estremo, certamente doloroso. Ma racconta qualcosa che molti adulti sembrano avere dimenticato: l’amore per un figlio non coincide con la copertura di ogni suo comportamento.
Educare significa anche prendere decisioni avverse. Significa dire: questa soglia non si supera. Significa far capire che la vergogna non è essere puniti, ma non provare più vergogna davanti alla morte.

