Oggi scrivo di un tema che credevo scomparso e un fatto di cronaca lo riporta alla luce. La vicenda del presunto figlio adottivo segreto di Raffaella Carrà riporta infatti all’attenzione un tema che la nostra società ha quasi cancellato dal proprio vocabolario morale: la riservatezza. Un valore antico, sobrio, persino elegante, oggi sacrificato sull’altare dell’esibizione permanente. Perché ormai tutto deve essere detto, mostrato, spiattellato, commentato. Tutto deve diventare pubblico. Tutto deve trasformarsi in materiale da consumo.
Non esiste più il confine. Non esiste più il pudore. Non esiste più quella sana educazione borghese, o più semplicemente umana, che insegnava a distinguere tra ciò che appartiene alla sfera pubblica e ciò che invece merita silenzio, tutela, rispetto. Oggi il privato è diventato una passerella. I sentimenti si mettono in vetrina, i conflitti familiari si rovesciano in pubblico, i rancori si affidano ai social, i tradimenti si raccontano in televisione, le fragilità diventano contenuto. Lo sa bene Silvia Toffanin con il suo programma “Verissimo”, diventata la piazza del dolore o l’altra gestita da Anna Falchi e Flavio Montrucchio chiamata senza pudore “I fatti vostri”. E guai a sottrarsi: chi tace viene subito guardato con sospetto, quasi nascondere qualcosa sia di per sé una colpa.
È questa la vera degenerazione del nostro tempo. Non la ricerca della verità, che resta sacrosanta, ma la trasformazione di ogni vicenda intima in spettacolo, in curiosità morbosa, in chiacchiera collettiva. Si spaccia per trasparenza quella che in realtà è solo bulimia di esposizione. Si nobilita come autenticità ciò che spesso è soltanto narcisismo. Si applaude chi racconta tutto, anche l’indicibile, come se la dignità consistesse nello spogliarsi pubblicamente della propria vita.
Eppure la civiltà si misura anche dalla capacità di trattenersi. Dal sapere che non tutto va divulgato. Dal comprendere che esiste una nobiltà del silenzio. “Lavare i panni sporchi in famiglia” è diventata un’espressione quasi impronunciabile, come se contenesse chissà quale colpa. In realtà custodiva una lezione di buon senso: non tutto ciò che è vero deve essere esposto, non tutto ciò che fa male deve essere esibito, non tutto ciò che accade tra le mura private deve finire in piazza.
Abbiamo scambiato la discrezione per ipocrisia e il clamore per sincerità. Errore gravissimo. Perché una società che non sa più custodire nulla è una società che finisce per profanare tutto. Anche gli affetti. Anche il dolore. Anche la memoria dei grandi.
E quando il rispetto scompare, resta soltanto il rumore. Come quello di stasera, sempre più deprecabile dentro la Casa del Grande Fratello.

