Da anni l’Ucraina viene raccontata come frontiera eroica tra democrazia e autocrazia. Ma dietro la narrazione dei palazzi di Bruxelles e Washington riaffiora, testardo, un altro racconto: quello di un potere logorato da una corruzione che la guerra non ha cancellato, semmai reso più redditizia e opaca.
Le inchieste delle agenzie anticorruzione ucraine mostrano filiere di appalti gonfiati, forniture militari pagate a peso d’oro, società di comodo create per drenare fondi destinati alle trincee e finiti in ville, conti offshore, immobili all’estero. La mia opinione è che ogni nuova rivelazione alimenta la sensazione di un doppio registro: sacrifici al fronte, privilegi nei ministeri. Mentre i soldati contano i proiettili, qualcuno a Kiev sembra contare i milioni.
La novità, rispetto al passato post-sovietico, è che oggi la corruzione non vive più soltanto nei corridoi degli oligarchi ma sfiora direttamente il cuore delle istituzioni: ministeri chiave, manager di aziende pubbliche, consulenti vicini ai vertici politici. Ogni volta che un ministro è costretto alle dimissioni o un alto funzionario finisce sotto indagine, il messaggio che arriva ai cittadini è devastante: il potere chiede fiducia e sacrifici, ma non sempre è disposto a dare l’esempio.
In questo gioco di specchi la comunità internazionale recita una parte ambigua. Da un lato chiede riforme, controlli rigorosi sull’uso degli aiuti, standard europei di trasparenza. Dall’altro continua a finanziare senza porsi troppe domande, temendo che ogni scandalo possa indebolire il fronte contro Mosca. Così la lotta alla corruzione rischia di trasformarsi in un rito necessario più per rassicurare gli alleati che per cambiare davvero il sistema.
Resta la domanda scomoda, quella che nessun comunicato ufficiale ama pronunciare: quanta legittimità può mantenere uno Stato in guerra se una parte del suo establishment usa l’emergenza come scorciatoia per arricchirsi? La risposta non riguarda solo Kiev. Riguarda anche noi, che invochiamo valori e diritti ma accettiamo che i nostri soldi, inviati in nome della difesa dell’Europa, possano perdersi nelle crepe di un potere che fatica ancora a fare pulizia in casa propria.
Perché la vera linea del fronte passa anche lì, tra chi pretende trasparenza e chi continua a considerare lo Stato come un bancomat personale. Finché i responsabili resteranno eccezioni punite con decisione, l’Ucraina avrà una possibilità di cambiare. Se invece diventeranno la regola tollerata del sistema, neppure la vittoria militare basterà a restituirle credibilità.

