Così New York ridesta i democratici americani non solo da un deprimente letargo, ma li espone per la prima volta a un processo che il PD italiano ha vissuto negli anni d’oro della Leopolda fiorentina: la rottamazione. Quanto fosse reale e di successo lo appureremo in un altro scritto.
In America, dal 2016 a oggi non ne avevano più azzeccata una: l’imposizione della Clinton era la rassicurante continuità dell’establishment, la scelta di Biden era una via di mezzo ma sempre pescata tra l’élite del partito, per finire con la sacrificale immolazione di Harris, indotta nell’arena fuori tempo massimo, liberando il ciclone Trump al suo secondo e travolgente mandato.
Sarò anche ripetitivo, ma il giovanissimo neo sindaco Mamdani, con il suo “socialismo delle fognature”, così lo chiamano, ha riportato con i piedi per terra una sinistra incapace di parlare alle persone, quelle tante persone di ceto medio-basso, ovvero la maggioranza, che chiedono alla politica di prestare attenzione alle loro necessità esistenziali, sempre più numerose e complesse.
Offerta di servizi pubblici, gratuità, tetto agli affitti, costi delle bollette e dei prodotti alimentari, occupazione e istruzione.
Questi argomenti sono stati al centro delle campagne elettorali di Mamdani, ma anche delle due nuove governatrici democratiche, Sherrill in New Jersey e Spanberger in Virginia.
La sorpresa dell’uscita di scena dell’ottuagenaria Nancy Pelosi è il certificato di quanto dico: le dimissioni mettono con le spalle al muro l’intero e vecchio establishment del partito, a iniziare dal settantacinquenne Schumer, leader dei democratici alla Camera, e dagli altri che dovranno fare un passo indietro, e anche velocemente.
È però molto più difficile guidare e gestire un partito di sinistra, perché è come una torta composta da tante identità razziali, religiose e culturali; da tanti sindacati e diversi settori d’impresa e di finanza; nonché da tradizioni politico-culturali variegate e radicate in un grande Paese federale.
Mamdani ha modificato gli equilibri con cui si conduce una campagna elettorale “scientifica”, fra digitale e organizzazione sul campo. È tornato ad andare tra la gente per capirne le preoccupazioni, ascoltandone anche i consigli e dimostrando che, a soli 34 anni, si può essere lo stimolo per una nuova idea di politica e di campagna elettorale che provi a battere Trump su un terreno che non sia la demonizzazione e la derisione.
Alzare la voce, non per giocare al più forte, ma per arrivare forti e chiari a chi deve comprendere e scegliere.

