L’arrogante potere del silenzio politico. Rispondere? Un obbligo morale.

Dal secolo scorso ma forse da sempre, sappiamo che una delle cose proprie della politica è il detto “predicare bene e razzolare male”.

Ambienti di malaffare, corruzione, intrighi, o palestre per l’evoluzione di super ego già coltivati dalla culla.

Quello che però è il talento migliore nella stoffa di un politico è la capacità di raccontare bugie, quelle necessarie a scendere a compromessi con i nemici e gli elettori, il vero patrimonio garante di un posto a tavola.

Non voglio generalizzare, ci sono anche persone che lavorano guidate da obiettivi nobili ma in questa occasione parlo di tutti gli altri.

Quello che non sopporto più, e dovremmo essere in tanti a farlo, è l’arroganza del non dare spiegazioni, rispondere a domande precise nell’esercizio delle loro funzioni.

Quando prendono decisioni sbagliate creando dubbi o anche danni o quando si stia aspettando la soluzione di un grave problema.

Le domande hanno sempre la ragione di voler conoscere il perché quelle decisioni siano state prese o le tempistiche per raggiungere un obiettivo importante.

I giornalisti televisivi, meno quelli della carta stampata che sono un pò come la vecchia zia sul divano cellofanato, da tempo amano raccogliere una serie di dichiarazioni rilasciate dai politici presi di mira, dimostrando quanta incoerenza e bugie vi siano quando intervistati ci raccontano qualcosa. Se poi siamo in fascia elettorale ancora peggio.

A volte hanno la mano pesante nell’approccio quando li inseguono, come iene stanno addosso alla preda per farla parlare con poco garbo ma, anche con le buone maniere, molti di loro sfuggono.

Nel ventunesimo secolo, in piena democrazia è possibile che un ministro, un deputato, presidente di regione o anche solo sindaco di un qualunque paese sperduto, si possa imporre il silenzio usando la ripugnante arroganza del potere?

La risposta che hanno imparato a memoria, tranne quando bazzicano i salotti di Bruno Vespa o Barbara D’Urso è: “ Con voi non parlo, fate un giornalismo che non mi piace”.

Certo, a loro piace conversare con chi non pone domande pericolose e non con interlocutori che si sono argomentati e dati alla mano pronti a contraddire affermazioni inesatte o inopportune.

Molto meglio se i prescelti provengono da redazioni di editori amici con cui si va anche in vacanza. Ammiro il giornalismo inglese o americano, quello che con garbo pone il politico di fronte alle sue responsabilità non permettendogli di sottrarsi impunemente, ma soprattutto un giornalismo vero con le palle in grado anche di farli dimettere. 

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