Renzi: ego o infantilismo? Le Istituzioni come i mattoncini di lego.

Nel 2013 un ragazzo quasi quarantenne irrompeva nella scena politica italiana. Lo fece squarciando un velo di omertà su un partito la cui gestione e direzione era come il granito di Carrara.

Ogni tentativo di rinnovamento nella segreteria, dove l’età media era di 60 anni, veniva cannibalizzato dall’establishment. La mia non è una critica ideologica di parte ma dal 1987 ho vissuto di politica dentro il Palazzo e conosco. Faccio il mio lavoro, analisi obiettive.

Da Prodi a Bersani, dalla Bindi a D’Alema una palude di super “Io” autocelebrativi infiniti, mentre il Paese si sgretolava sotto il peso di un debito pubblico inarrestabile e la mancanza di riforme per un corporativismo radicato e protetto.

Ma, il problema vero era il malessere di un proletariato dimenticato, una classe media abbandonata agli eventi di una società prematuramente globalizzata e lasciata in pasto alla finanza speculativa e creativa.

La sinistra, coccolava la roccaforte del pubblico impiego, non i giovani o gli anziani, difendeva i più forti.

Come non innamorarsi ed apprezzare un ragazzo che armato di sola abilità retorica voleva sfidare i mulini a vento della sinistra italiana?

Da Botteghe Oscure alla Leopolda si consumò velocemente una rottamazione dolorosa, un vento di cambiamento e riforme scosse il Paese, Renzi, Primo Ministro governava col PD al 25%.

Ma, Andreotti uno che di potere ne sapeva, amava dire: “il potere logora chi non l’ha”.

Così, una volta arrivato il giovane Napoleone fiorentino, incarna l’ode manzoniana: “dal Manzanarre al Reno, da Scilla al Don, dal Mediterraneo all’Atlantico, la motivazione si tramuta in tracotanza rasentando un bullismo periferico tanto, da osare un referendum costituzionale fallimentare.

In Italia i bulli (Mussolini a parte) han vita difficile e si dissolvono nel tempo.

Disse di lasciare ma non lo fece e come il colpo di coda del serpente frantumò il partito rassicurando di stare sereni e fondò Italia Viva. Un pugno di voti, quattro amici al bar.

Ma Renzi ha in dote il guizzo politico, l’abilità strategica di incunearsi nelle fragilità del potere e farlo implodere. Peccato manchi di stile e soprattutto di senso istituzionale.

Un ex Primo Ministro democristiano non avrebbe mai anteposto il proprio interesse a quello di un Paese, devastato, in ginocchio e con poche speranze.

La politica, quella vera, istituzionale in momenti come questo ascolta, aggrega, edifica. È il canto del cigno? Forse sì. Con le dimissioni dei ministri, si è cacciato in un vicolo cieco, pur con onore rifiutandone altri.

Conte sa di trovare i soliti responsabili e rimandare il trasloco, perché, come i 5 stelle, Italia Viva e molti altri sa, che lì non torneranno, merito della nuova legge elettorale  ma anche di un centro destra di sicuro sugli scudi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su
Share via
Copy link
Powered by Social Snap