Rewind. Indimenticabile violenza

Brano tratto dal libro ” Ogni lasciata è persa di prossima pubblicazione” di Bruno Carenini

Avrei compiuto 15 anni il prossimo agosto… 

La campanella trilla, rompendo il silenzio del momento, creando scompiglio tra i bambini. In un attimo piccoli banchi malconci vengono spostati dall’irruenza infantile e qualche assordante rumore di sedia caduta, contribuisce a rendere certa, la fine della breve lezione di catechismo. Resto come sempre impassibile ad osservarli mentre corrono all’uscita e poi giù a corsa da quella scala di ferro verde scrostato e arrugginito, piccola e ripida. Da lì, alcuni vanno incontro a genitori in attesa, per lo più mamme, altri si infilano come treni dentro il bar dell’oratorio, dove, tra il vociare dei già presenti e l’odore di sudore, tipico dei frequentatori, è in bella vista il banco dolciumi e gelati. Gettonatissime le stringhe di liquirizia da usare come cannucce per aspirare la spuma nera, cinque lire. All’arrivo di quell’ondata chiassosa la sempre sorridente signora Maria, elargisce, accontentando i più abbienti di famiglia, preziosi oggetti, piccoli desideri e dando il resto di poche lire sottratto per gola alla mancia settimanale.

Raccolgo il libro di testo ed il quaderno con i nomi e le presenze dei bambini. Fa molto caldo in questo sabato pomeriggio di maggio. Lo avevo già intuito nei giorni scorsi, quando la sera, in processione per la Madonna, attraversando le vie del paese, le maglietta si era bagnata e la voglia di sostare alla più vicina osteria per acquistare un ghiacciolo alla menta si era fatta compulsiva. In quell’occasione mi chiedevo sempre, come facessero preti e suore a restare indifferenti sotto quegli strati di tessuto nero di cui erano agghindati. Solo i ragazzi sudavano così selvaggiamente ? Raggiungo la porta, dando uno sguardo all’orologio quadrato regalo apprezzatissimo dello zio Piero. Sono già in ritardo di 5 minuti. La riunione settimanale dei catechisti da Don Nicola sarà già iniziata. E’ molto inflessibile nonostante quel sorriso gentile sempre stampigliato sul volto a qualunque ora del giorno. Sono terrorizzato ad aprir la porta e vedermi gli altri in cerchio già seduti. La timidezza é padrona del mio corpo e dei miei comportamenti giovanili. Non dico avrei voluto esser tra i tanti bulli che mi mettono a disagio, se non farmi oggetto delle loro spregiudicate attenzioni ma, almeno più diretto, sicuro di azioni e parole. Chiusa. Suono il campanello, mentre il pallone da basket mi colpisce la schiena facendomi sbattere contro. Mi volto di scatto imprecando, verso ragazzi più grandi di me (il gruppo giovani) ma con contegno dato il luogo, (sono un catechista).

La porta di scatto s’apre. Attendo qualcuno sostando ai piedi dei gradini, pochi, quelli che conducono alla stanza-ufficio del Don, appena sulla destra. Appare la perpetua, una signora anziana robusta, bassa con capelli grigi sempre raccolti sulla testa. Chiedo di poter salire per la riunione e domando se è già iniziata. Seria, quasi sempre come scocciata dal costante suono del campanello e delle molteplici visite ricevute dal prete, risponde dell’improvvisa cancellazione dell’incontro, senza saperne il motivo. Mi invita però a salire, e accomodarmi nella stanza, il Don si era assentato alla sede dell’A.C.Vittoria, la squadra di calcetto dell’oratorio ma sarebbe tornato a breve. Accetto l’invito, ho un forte bisogno di sfogarmi, le condizioni di mio padre sono ulteriormente peggiorate, in ospedale a Bergamo da mesi,  (morirà dopo qualche mese) ed ho anche il timore mi rimandino a settembre in matematica e fisica all’Istituto Tecnico Superiore, frequento la seconda Perito, ancora non ho scelto la specializzazione. Una scelta sofferta e controvoglia, avrei volentieri optato per l’indirizzo magistrale.

Alla sua scomparsa, pur affacciandomi prematuramente nel mondo del lavoro, sterzai con esami integrativi a Ragioneria, frequentando un serale nella città più vicina. Ricordo ancora i sacrifici del nonno materno che con la sua seicento beige, ogni sera alle 23 attendeva orgoglioso fuori dai cancelli per riportarmi a casa facendosi 20 km a quell’ora, anche d’inverno nonostante una fitta nebbia. Salgo i gradini ed entro nella stanza. Vengo colpito dal forte odore di chiuso, proprio lo stesso che affranca preti e suore, chissà se usino o sia lecito per loro il deodorante. Curiosità giovanili mai espresse per pudore. Siedo sul bordo di una delle due sedie, quella a sinistra, così lo vedo poi arrivare. Sono tranquillo, non vedo il motivo di agitarmi, molti altri ragazzi all’oratorio mi han detto che con il Don ci si può parlare, confidare, ha sempre una parola buona per tutti e soprattutto, aiuta chi si trovi in difficoltà. Io lo sono, almeno credo. Ho paura che mio padre muoia.

Non so bene ancora cosa sia la morte, qualche mio compagno di classe alle medie ed elementari era orfano di padre o madre , ricordo solo carezze e abbracci insoliti rivolti dall’insegnante a loro, nulla più. Mio fratello è piccolissimo come farà la mamma ? Dovrà assentarsi anche lei tutto il giorno per lavorare ? Già ora la vediamo davvero poco. Sì ho paura della morte. Anche per questo non vado volentieri a scuola, il pensiero, quando sono piegato sul banco, vola sempre a quello che mi accade intorno, soprattutto la notte, quando sento il papà soffrire di dolore e la luce accesa della loro stanza non mi permette di chiudere gli occhi sereno. Una notte, negli ultimi mesi, ho sentito d’improvviso la porta di casa aprirsi , ho atteso qualche secondo nel letto terrorizzato, la luce della camera era accesa, mio fratello dormiva. Con il coraggio, poco, quello di un ragazzino, ho percorso il corridoio affacciandomi all’esterno. Dal lampione in fondo alle scale che conducono al cancello d’uscita sulla strada, feci appena in tempo a scorgere la sagoma di papà. Con tutto il coraggio ritrovato, corsi al cancello, lo raggiunsi in strada. Era in pigiama, camminava piano con la mano al fianco. Lo fermai, cercando di capire cosa stesse accadendo. Mi disse che non ce la faceva più, di lasciarlo andare e di tornare in casa. Pur non sapendolo, ebbi una forte paura, provai forse per la prima volta il panico. Inizia a parlargli dolcemente, prendendolo sottobraccio, ancora timoroso di ricevere un malrovescio. Nonostante andasse avanti, avvertivo un ripensamento, infatti, si fermò prendendomi per mano, si girò per tornare a casa. Salii le scale tremando finché non rifossimo dentro, entrai nella stanza e vidi mamma sul letto addormentata, era crollata dalla stanchezza e da notti sempre insonni. Lo aiutai a rimettersi nel letto e tornai alla mia stanza. Non dormii tutta notte perché quella luce non venne mai spenta. 

Ma adesso sono qui, finalmente posso buttare fuori a qualcuno quello che provo, come avessi un lupo dentro che mi divora giorno dopo giorno senza possa staccarlo dalla carne. Avrò il coraggio di dire tutto ? Sarò capace di chiedere aiuto ? Attorno a me la stanza abbastanza buia, le tapparelle rade e i vetri chiusi fanno da barriera al caldo esterno, è quasi estate. Mi soffermo ad osservare l’insieme dell’arredamento : la scrivania di legno scuro pesante piena di carte, un piccolo crocifisso , un rosario attorcigliato ad esso, portapenne zeppo di quelle nere e blu con un tagliacarte d’argento a romperne l’equilibrio. Una sedia nera girevole. Appena a lato della porta il tavolo con il ciclostile e pacchi carta e matrici già aperte, copie del giornalino dell’oratorio appena stampate e ancora intrise di quel fastidioso odore simil ammoniaca. Al mio fianco un divano tre posti in pelle nera, con due cuscini decorati, probabile regalo di qualche parrocchiano. Un quadro della Vergine dietro le spalle della scrivania, una foto di un piccolo paese di montagna, probabile il suo, e una serie di piccole stampe chiude l’arredamento delle pareti che mi circondano. Il caldo inizia a farsi sentire anche qua, invano, aspetto almeno mi venga offerto un bicchiere d’acqua ma si sa, a quest’età non si ha diritto a molta considerazione. Sento le chiavi girare nella toppa della porta all’ingresso, sbatte quasi subito. Eccolo.

Non alto, calvo di capelli castani al centro della testa, sbarbato e due occhi azzurri, talare nero. Come spunta sulla porta, mi vede e sorride. Alza il braccio per salutarmi e mi chiama per nome. Mi chiede di aspettare ancora un momento, poi sarà da me. Scompare nuovamente alla vista, lo sento entrare in cucina e parlare con la perpetua. Nel frattempo il telefono continua a squillare a vuoto. Non passa molto che entra nella stanza. Non va alla sedia dietro la scrivania ma si accomoda su quella a fianco la mia. Si mette comodo , allarga le gambe sollevando un poco il talare. Mi informa di come non abbia potuto avvisare tutti della cancellazione dell’incontro scusandosi. Inizia a pormi una serie di domande su come procedano le lezioni di catechismo coi bambini al fine di capire se vi fossero problemi, ammette che alcuni di loro sono difficili da gestire. Mi da indicazioni sul calendario dei successivi incontri ed inizia a parlarmi dell’appuntamento estivo col campeggio organizzato col gruppo giovani. Sottolinea che alla mia età sarebbe un toccasana fare quell’esperienza di gruppo. Ascolto con attenzione e l’idea di fare una vacanza alternativa al consueto peregrinare tra mare e montagna con parenti, mi solletica davvero. Entra nei dettagli dell’organizzazione e anche dei costi d’adesione. E‘ solo a quel punto che riemergo alla mia triste realtà. Non posso lasciare la mamma, i parenti non la supportano abbastanza, è quasi sempre da sola, e poi i soldi, ricordo di aver sentito ce ne fossero pochi anche per pagarmi i libri l’autunno scorso per la frequenza all’Istituto Tecnico. Ora o mai più.

Mi siedo bene sulla sedia appoggiando la schiena. Porto le mani sui jeans e sento righe di sudore scendere dalla schiena. Schiarisco la voce e mentre il Don prosegue con l’elenco dei motivi per cui dovrei andare al campeggio, gli chiedo di fermarsi e di potermi ascoltare. Mi fissa restando in silenzio. Mi chiede cosa c’è che non va, forse il problema del papà o altro. Gli amici sapevano che mio padre non stava per niente bene e quindi anche nell’ambiente dell’oratorio la notizia é nota. Rincuorato dalla domanda, inizio a raccontare quello che accade a casa e a scuola, sono un fiume in piena e come l’acqua dentro una diga , quando si alzano le paratie prorompe con violenza, così a un certo punto scoppio a piangere ammettendo per la prima volta a qualcuno che ho paura. E‘ in quel momento che Don Nicola si alza dirigendosi verso la porta e la chiude. Mentre cerco di asciugarmi gli occhi con la mano e il dorso del braccio, ancora scosso, siede nuovamente di fronte a me a mi abbraccia, appoggiando la sua testa alla mia. Sono immobilizzato, neppure coi miei genitori ho mai avuto un contatto fisico così ravvicinato, mi sento davvero paralizzato pur consapevole sia un gesto affettuoso di aiuto e condivisione della sofferenza, normale e lecito in un sacerdote. In pochi secondi mentre mille pensieri mi vagano alla mente, abbandonato tra quelle braccia estranee, mi do dell’imbecille e cerco di lasciarmi andare per una volta, meno rigido e farmi avvolgere da sensazioni buone di conforto. Quel gesto improvvisamente ferma le lacrime, il cuore batte a mille, resto in attesa di cosa accada, delle sue parole. Non tardano ad arrivare. Con una mano mi accarezza il viso ancora bagnato e con voce sicura inizia a spiegarmi le difficoltà che possiamo incontrare nella vita e quanto il crescere debba corrispondere all’assunzione di coraggio per affrontarle. Mi dice di essere a mia disposizione da quel momento per qualunque necessità, nei prossimi giorni cercherà di parlare con mamma.

Mi prende la mano e ci sediamo sul divano. Sono sempre più imbranato. Perché non accetto che qualcuno finalmente possa aiutarmi ? Qualcuno che non alza la voce, anzi, mi ascolta e mi abbraccia donandomi affetto ? Inizio a colpevolizzarmi sempre più per la persistente ostinazione a rifiutare una mano. Mentre continua a parlarmi penso a quanto sono presuntuoso sentendomi autosufficiente, eroe nello schiacciare il dolore al pavimento come un insetto. Contro la mia volontà decido di assecondare quell’aiuto. Dopo minuti che non contavo, mi chiede di sedermi sulle sue gambe di lasciare andare la tristezza, ora ho davvero un aiuto. La timidezza, finalmente intrappolata. Non so ancora se gioirne. Come posso dire no al mio sacerdote ? E quanti altri amici prima di me, si sono confidati e lasciati consolare da lui, perché devo cocciutamente rifiutare? Con tutto l’imbarazzo del mondo, non ricordo a memoria di averlo mai fatto, almeno dopo i sei anni neppure con mio padre, mi siedo sulle sue gambe. Mi dice di appoggiarmi al suo petto ed inizia ad accarezzarmi prima il viso e poi una gamba. Sono confuso, quasi avverto nello stomaco lo stesso panico di quella notte in mezzo alla strada con papà, impossibilitato a rientrare e gridare aiuto, aiuto ma per cosa ? Mi sento stupido, molto stupido. Per un attimo penso, e se questa debolezza dovesse scoprirla la mamma cosa mi farebbe? Mi parla dolcemente all’orecchio di quanto sia semplice farsi aiutare quando si è giovani. Mi dice che molti altri ragazzi si confidano con lui e poi stanno molto meglio e pensano a giocare. Cerco di calmarmi ma, nella mia assoluta ignoranza ed innocenza sessuale, avverto che quella mano si fa sempre più insistente nel salire verso i miei genitali e mentre lo penso, senza darne un significato reale, avverto qualcosa di duro contro la mia coscia destra.

Ancora non capisco e considero tutto ciò normale, pur avvertendo nel mio corpo, profondo imbarazzo per qualche scarica d’adrenalina che accompagna quelle profusioni inaspettate. Mentre parla, e accarezza, sono sempre più confuso, sento che quel duro che avverto contro i jeans è sempre più consistente e lui inizia a sfregarsi con determinazione. Parla, ma a tratti si blocca, gli sono così vicino ed immobile che vedo gocce di sudore imperlinare la sua fronte. E‘ arrossato in viso ma penso sia per via del caldo. Ad un certo punto, all’improvviso, con un gesto deciso mi fa alzare di scatto, liberandosi, nell’imbarazzo più totale vedo un forte rigonfiamento dal talare all’altezza dell’inguine. Un secondo e con sgomento collego quella visione alle mie imbarazzanti erezioni notturne o durante il giorno, inattese ma fortissime. Si alza sistemandosi la veste, allargandola a modo ed avendo percepito che qualcosa abbia intuito, mi chiede se sto meglio e abbia provato un piccolo piacere. Devo essere rosso fuoco in volto, cosa mi passi per la testa non lo so ma voglio scappare, uscire alla svelta. Dico a stento di sì. Ringrazio e, senza salutare, mi avvio alla porta che apro, scendo i gradini col battito del cuore accelerato e corro a più non posso fino a quando le reti del campo sportivo scompaiono dietro me.

Chiamò mia madre pregandola di mandarmi in settimana, promettendole di aiutarmi nel superare la difficile situazione. Non sapevo come dire alla mamma che era accaduto qualcosa di strano, come spiegare che rifiutavo un aiuto del mio prete ? Tornai, pensando mi fossi sbagliato, fosse stata una reazione naturale al troppo contatto ravvicinato, stavo quasi peggio di prima ma tornai fidandomi.  Impotente  le sedute furono sempre più audaci, in totale sei.

Alla terza, si tolse il talare, accompagnò la mia mano tremante e insicura sui suoi genitali coperti mentre faceva altrettanto con me. Pochi minuti… sui suoi pantaloni ma anche sui miei jeans, quel pericoloso gioco dello sfregamento della mano, intenta vigliaccamente a consolare, produsse chiazze di umido e successivo profondo imbarazzo nel lavarle accuratamente una volta a casa, nascondendole a dovere dietro altri panni nella lavatrice.

Alla quinta, dimenticò di essere un sacerdote ma assecondando Satana, assicurandosi di aver ben chiuso la porta, diede spazio all’animalità dell’uomo. Mi disse di non vergognarmi, gli uomini dovevano dar sfogo al loro piacere e poi la confessione per cosa fu donata da Gesù? Lo fece lui, io non ebbi il coraggio, tremavo come una foglia, anche le gambe non mi reggevano, dovette farmi sdraiare sul divano e, nonostante le tempeste ormonali dell’età, non riusciva con le mani a provocarmi un’erezione per darsi piacere. Dopo qualche minuto, sentii qualcosa di caldo sulla gamba, la traccia immonda di qualcosa di sporco. Si apprestò ad asciugarmi con i lembi della camicia, rosso in volto e quasi impaurito, mi fece rivestire e mi accompagnò alla porta, disse, mettendomi una mano sulla spalla, di non far parola con nessuno di questo aiuto, solo nel confessionale e di farlo nel suo.

Alla sesta ed ultima si compì l’indicibile. Non sapevo neppure cosa significasse, mostrava l’indimostrabile ad un ragazzino che, terrorizzato, non riuscì a emettere un urlo di aiuto, perché minacciato da una voce trasformata, quasi assimilata alla violenza che avrebbe voluto compiere. Uno dei più dissennati e vili atti che un uomo possa compiere su un minore, non consenziente e sotto ricatto. Mi obbligò a lasciarlo giocare con le dita nel mio punto più vulnerabile ed indifeso. Non andò oltre ma bastò a segnarmi a vita, nonostante mesi di terapie in età adulta… Venni rimandato in due materie e per qualche mese, piansi nel silenzio della mia camera, celando il dolore dietro la tragedia che si consumava tra le mura di casa.

Oggi quel ricordo è il prato verde di un bambino che corre sentendo la gioia, voltandosi poi all’improvviso, non vede più nessuno, il prato è un mare nero, dove mostri e draghi cercano ivano di catturarlo, poi una luce, una mano, una carezza… è l’amore di chi mi è accanto… rompe un incubo, riporta alla vita. 

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