“Entrai in una stanza. L’ufficiale seduto dietro alla scrivania, mi disse solo: ‘Vado a fumarmi una sigaretta. Fra cinque minuti torno e devi confessare tutti i tuoi crimini’. Quando è tornato, ho detto che non avevo commesso nessun crimine dei quali ero imputato: traffico d’armi, lotta armata e terrorismo. Tutti puniti con la morte”. Mazen prende la tovaglietta di carta, toglie il piatto e il bicchiere in cui aveva versato la Coca Cola e comincia a disegnare la struttura del carcere dove era stato rinchiuso, almeno quella parte che è riuscito a vedere. Traccia i contorni della zona, situata al centro del carcere, chiamata “piazza della tortura”. “Un ampio spazio – spiega – all’aperto dove ammassavano la gente”. Lì c’era una piccola costruzione e “mi hanno appeso a un muro esterno, legato con catene di ferro ai polsi, sollevandomi di 40 cm da terra. Mi hanno lasciato sotto il sole cocente per ore. Non respiravo. Poi, per non farmi urlare, mi hanno infilato una ciabatta in bocca mentre mi picchiavano con bastonate. Altri mi colpivano con ferri roventi alle gambe”. Ma la tortura peggiore è stata quando “mi hanno stretto i genitalie mi hanno sodomizzato con una staffa di ferro”, racconta mentre pare rivivere quel momento, “doloroso e umiliante”. E cambia discorso, racconta della tortura del bagno. Sempre piegati sulle ginocchia, mani sulla nuca e sguardo basso “ci facevano uscire due volte al giorno, ogni dodici ore, per andare in bagno a gruppi di dieci o venti. Avevamo un minuto, non di più: pena la morte. Ma fuori dalla cella, ad attenderci, c’erano due ali di uomini della sicurezza con spranghe e dovevamo passare in mezzo per dirigerci ai gabinetti. Ci colpivano. Chi cascava veniva soccorso dagli altri o lasciato a morire”.
La morte è qualcosa a cui Mazen si è abituato. Infatti “morivano almeno due persone al giorno dall’asfissia e le condizioni igieniche nella cella. A turno, dovevo tirare fuori i corpi e gettarli nell’angolo della spazzatura. Noi, ci dicevano i carcerieri, valevamo meno di quei rifiuti”.